“Recitate le parole sacre.
Fasciatevi gli abiti stretti.
Tenete lo sguardo fisso.
Portate l’anima sul palmo della mano.
Gli sembrava di riuscire a vedere chiaramente le torri, anche se era girato di spalle. Non conosceva la posizione dell’aereo ma era convinto di riuscire a vedere, dietro di sé e oltre l’acciaio e l’alluminio dell’aereo, le lunghe silhouette delle torri, le forme, le sagome, le figure che si avvicinavano, le cose materiali.
Gli antenati devoti si erano fasciati stretti negli abiti prima della battaglia. Furono loro a dare un nome al cammino. Come può esistere morte migliore?
Ogni peccato della vostra vita verrà perdonato, nei secondi a venire.
Più nulla si interporrà tra voi e la vita eterna, nei secondi a venire.
Avete desiderato la morte e la morte arriverà, nei secondi a venire.”

(Don De Lillo – L’uomo che cade)

Sono alcuni dei pensieri di Hammad poco prima dello schianto. Lo schianto che incenerirà uno dei simboli della cultura e del capitalismo americano sotto gli occhi increduli di milioni di persone. Lo schianto che innaugurerà, in diretta televisiva, un nuovo capitolo della storia umana e lo farà, ancora una volta, all’insegna del sangue spillato in nome di dio. Lo schianto che proietterà la parola terrorismo nel ristretto olimpo delle paure del nuovo millennio. Con questo evento tragico incomincia e finisce “L’uomo che cade”, piccolo gioiello della letteratura statunitense di inizio secolo. Il romanzo si compone della rapida successione di scene brevi e taglienti che il lettore è costretto ad inanellare una dietro l’altra sino a ricostruire la trama, come accade per quei giochi da settimana enigmistica in cui si genera l’immagine unendo un misterioso ordine di punti. Anche qui l’ultimo tratto di penna chiude il cerchio e svela l’insieme nella propria completezza. Perché l’undici settembre duemilaeuno non è solo l’ennesima, macabra ricorrenza del calendario occidentale, ma anche l’inizio di un trauma profondo che coinvolgerà milioni di americani e, più in generale, di esseri umani. In un medio oriente dimenticato, dove la miseria attecchisce sicura e la disperazione diviene strumento di lotta, un nuovo potere (oscuro e terribile) lancia la sua sfida ad un altro (che affama il pianeta riscattando con la morte di milioni di individui il lusso di pochi) e ne colpisce il cuore. Quel giorno Keith è dentro una delle torri: sopravvive per miracolo. Ferito e stordito non torna nel proprio appartamento di Manhattan ma in casa dell’ex moglie Lianne che lo accoglie come se fosse ancora suo marito (le grandi tragedie non hanno forse un indiscusso potere riappacificatore?). Ma Keith non è più lo stesso, perché ciò che ha visto può cambiare per sempre qualsiasi essere pensante. Una spirale inesorabile lo conduce a seppellire la coscienza nel gioco d’azzardo (tema ricorsivo della letteratura di ogni tempo). Inoltre, la sua paura non rimane un fatto isolato, qualcosa riducibile all’esiguo insieme degli scampati. Si tratta piuttosto di un’entità trasmissibile come una malattia contagiosa. De Lillo indaga il trauma dell’america devastata dall’attacco alla propria serenità emotiva attraverso il modello di una semplice famiglia coinvolta nei fatti e lo fa con il disincanto e l’acutezza dello scrittore di genio, dimostrandosi incredibilmente vicino sia ai carnefici che alle vittime. Così, pagina dopo pagina, Lianne insegue se stessa cercando la forza per sopravvivere al dolore che la circonda:

“Era impantanata nei suoi dubbi, ma stare in chiesa le piaceva. Ci andava presto, prima che la messa cominciasse, per restare un po’ da sola, sentire quella calma che segnala una presenza esterna ai fraseggi incessanti della mente in veglia. Ciò che sentiva non somigliava a Dio, era soltanto la sensazione degli altri. Gli altri ci avvicinano, la chiesa ci avvicina. Che cosa sentiva lì dentro? Sentiva i morti, i suoi e altri sconosciuti. Ecco che cosa aveva sempre sentito nelle chiese, nelle grandi, gonfie cattedrali d’Europa, e in una piccola parrocchia povera come quella. I morti nei muri, lungo il corso dei decenni e dei secoli. Ma questo non le procurava un gelo sconfortante. La rassicurava sentire la loro presenza, i morti che aveva amato e tutti gli altri senza volto che avevano riempito migliaia di chiese. Creavano intimità e calma, le macerie umane che giacevano nelle cripte e nelle cappelle funerarie, o nella terra dei cimiteri.”

(Don De Lillo – L’uomo che cade)

Un donna disperata dunque, al cospetto del più essenziale degli interrogativi, quello che trova risposta (ma la trova per davvero?) nel vuoto concetto di dio. Lo stesso in nome del quale qualcuno ha ucciso e qualcun altro ha scoperto il coraggio di tergere le proprie lacrime. In fine, la soluzione arriva:

“Pensava che fosse proprio la presenza aleggiante e possibile di Dio a creare nell’anima la solitudine e il dubbio, e pensava anche che Dio fosse la cosa, l’entità esistente al di fuori dello spazio e del tempo, che risolleva questo dubbio nel potere tonale di una parola, di una voce.
Dio è la voce che dice: “Io non ci sono”.
(…)
Fu infine pronta ad essere sola, pervasa da una calma affidabile, lei e il bambino, com’erano stati prima che quel giorno apparissero gli aereoplani, argento che attraversava l’azzurro.”

(Don De Lillo – L’uomo che cade)

 

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26 thoughts on “

  1. velvetflyer aprile 7, 2010 alle 3:57 pm Reply

    L'unica certezza, quella della presenza della Morte, di tanti cari e di innumerevoli sconosciuti, uniti da un unico destino.E' un libro che cercherò di non perdere. Bellissimo post..

  2. mirtilla318 aprile 7, 2010 alle 9:10 pm Reply

    Mi insegni sempre molto nei tuoi post.Leggerò il libro…Dolce notte e sogni colorati.

  3. Li3n aprile 8, 2010 alle 8:57 am Reply

    ..Perché l’undici settembre duemilaeuno non è solo l’ennesima, macabra ricorrenza del calendario occidentale, ma anche l’inizio di un trauma profondo che coinvolgerà milioni di americani e, più in generale, di esseri umani.. 

    non sò…io preferirei tacere e non prendere le parti di nessuno se non di chi era innocente e ha perso la vita,ci sono troppe versioni di come siano andati i fatti(si dice che sia stato tutta una scusa per leggittimare la guerra in Medio Oriente,strategie..ma non solo,all'uomo piace congetturare)e ad ogni modo,se si stanno commemorando i morti americani,allora io faccio un appello a tutti i morti in medio oriente per mano militare americana,per tutti quelli che cercano di sopravvivere e che resistono..trauma profondo?Credo che in medioOriente siano degli esperti in traumi,disgrazie e fucilazioni,e a prescindere dal dove e come e perchè,"tifo"forte solo per gli innocenti civili.Il resto è retorica 

  4. tolstoj76 aprile 8, 2010 alle 9:48 am Reply

    Li3n: anche io penso che i morti non abbiano colore, infatti uno dei pregi di questo libro è non essere di parte.

  5. neimariestremi aprile 8, 2010 alle 11:06 am Reply

    Dio è la voce che dice: Io non ci sono.fa tremare

  6. svariabile aprile 8, 2010 alle 1:46 pm Reply

    ma se fosse un movimento di epurazione?cosi previse uno dei grandi avatar degli anni 70.serenitá

  7. aboutmeandyou aprile 8, 2010 alle 2:03 pm Reply

    …che dirti… riesci sempre a darmi una prospettiva diversa … mi piacerebbe leggere questo libro… non lo conosco.. e come al solito… le tue parole, fanno scattare la mia curiosita'… un bacio… e novita'?  

  8. strillino aprile 8, 2010 alle 9:48 pm Reply

    Me lo confondo ogni volta con  E. L. Doctorow e prima di tirar fuori quest'altro grande nome ho dovuto fare una ricerca tra i miei files. Questo dimostra la mia incompetenza per non aver letto nè l'uno nè l'altro.Prima o poi rimedierò, ma credo che comincerò con la tragica epopea dei fratelli Collyer di Doctorow. Narra "della vita di due eccentrici americani, i fratelli Homer (1881) e Langley (1885) Collyer, ricchi rampolli di un grande medico e di una cantante d' opera di New York, finiti barboni nel loro magnifico palazzo, senza più soldi, né luce, né gas, e trovati morti sotto quintali della loro stessa spazzatura nel 1947, davanti agli occhi stupefatti e impauriti della gente del vicinato. A memento del fatto che non importa con quali privilegi si nasca. La follia e la rovina possono essere dietro l' angolo"(Manera Livia, Corriere della Sera, 8 gennaio 2010) . Notte:)

  9. SempliceMente87 aprile 9, 2010 alle 1:34 pm Reply

    Il libro sembra interessante. Senza dubbio è stato uno dei disastri di cui sentiamo ancora oggi (e chissà per quanto alro tempo) il peso…A rileggerti…

  10. nikiya62 aprile 10, 2010 alle 5:17 pm Reply

    Bentornato Angelo: come non sentire la tua mancanza, poiché ci lasci sempre parole profonde da grandi libri e commenti altrettanto profondi.Quanto hai scritto mi ha fatto ripensare alla mia visita a NY di due anni fa, proprio in questi giorni, io che non ho mai visto le Twin Tower, io che ho visto solo il grande cantiere di Ground Zero e che sono rabbrividita nell'essere lì.Indimenticabile le trasmissione del settembre 2002, con due grandi giornalisti a scavare tra le macerie dei ricordi di chi sotto le Torri ha seppellito gli affetti.Avevo scritto parecchio su quella trasmissione, ma alcuni ricordi sono per me indelebili, come questi che avevo annotato per primi: "C'erano sette ciechi quel mattino sulle Twin Towers: si sono salvati tutti, grazie all'aiuto di chi li circondava. Ma adesso i ciechi di Manhattan hanno problemi di orientamento: l'edificio in cui veniva usato un certo detersivo profumato per lavare l'atrio e che faceva angolo con una data strada, ora non esiste più; le Torri non proiettano più le loro ombre sulla terra, nascondendo il sole, e i ciechi non capiscono dove si trovano; e poi c'è il vento, dove prima non c'era, che adesso non trova più gli stessi ostacoli. Centocinquanta volontari stanno insegnando ai ciechi di New York come muoversi a Manhattan nell'era post-Twin Towers."Si pensava alla catastrofe, ai morti, alle ripercussioni su tutti i Paesi del mondo, alle ritorsioni, alle vendette, ma chi è rimasto ha dovuto combattere una battaglia che dura ancora, quotidianamente.Grazie per quanto scrivi, Angelo.Buon week end.

  11. 7Ale7 aprile 12, 2010 alle 10:31 am Reply

    …posso solo dire…angosciante.

  12. mirtilla318 aprile 17, 2010 alle 8:53 pm Reply

  13. SheenaBanshee aprile 19, 2010 alle 1:21 pm Reply

    Bellissimo post.Aberrante, ma sublime.

  14. DitadiMusa aprile 23, 2010 alle 4:03 pm Reply

    Caspita, leggere il tuo blog è come fare un tuffo in biblioteca. E' veramente pieno di citazioni e spunti interessanti 😀

    Mi hai invitata qui, e io sono corsa a curiosare. Grazie mille per i complimenti al nick 😀

  15. sabbiaEneve aprile 25, 2010 alle 10:20 am Reply

    non è di parte, cattura l'attenzione e le emozioni. molto bello

  16. dorianadevecchi aprile 27, 2010 alle 12:39 pm Reply

    Approdata per caso qui in questo blog. Ho letto con curiosità questo post legato ad un libro che non conoscevo ma che sembra ritrarre un pezzo della nostra storia dal punto di vista delle persone. Porre l'attenzione sulle sensazioni delle persone piuttosto che sull'oggettività dei fatti mi pare geniale a prima vista, sebbene sarebbe più opportuno dare un'opinione solo dopo la lettura.L'11 settembre è stato un evento sconvolgente in cui si sono mischiate in un'unica guerra diverse ideologie, diversi modi di vivere la religione, con intensità diversi di principi morali e ragioni contrastanti che ci inducono a svegliarsi la mattina per dare il buongiorno alla vita.Bello spunto di riflessione. GOOOD.

  17. nuvolebianche aprile 28, 2010 alle 12:57 pm Reply

    Un bellissimo post, bravo!

  18. scilag aprile 29, 2010 alle 11:16 pm Reply

    si mi piace.ma come hai fatto a vedermi?

  19. EmilyJacks aprile 30, 2010 alle 8:53 am Reply

    E’ straziante ripensare a quel giorno, ma bisogna tenerlo vivo nella nostra mente ,per non dimenticare le vittime, i sopravvissuti e nemmeno chi paga pur non avendo colpe.
    Grazie per avermi invitata.

  20. lamargh maggio 2, 2010 alle 10:37 pm Reply

    Bel blog davvero! Mi piace 🙂 

    grazie per l'invito! 

  21. latuanimagemella maggio 26, 2010 alle 4:25 pm Reply

    una vita fa ho letto "Rumore bianco" di De Lillo e ricordo ancora che pensai "se un giorno divento scrittore voglio scrivere come lui!".da quella vita precendente non so ancora come ne è uscito poi de lillo. nel senso che non so che effetto potrebbe farmi adesso.per esempio avevo in casa quasi tutti i romanzi di milan kundera ma solo 10 anni dopo per caso leggendo "L'insostenibile leggerezza dell'essere" fui spinto a leggerli tutti di seguito. eppure in precedenza kundera non m'era piaciuto. a dire che forse cambiamo a nostra insaputa (!) e c'è forse un momento per ogni cosa che passa e che possiamo agganciare al volo. perchè adesso milan kundera non m'ispira come prima anche se continuo ad ammirarlo ed è un modello potente di visione delle cose e di metodo narrativo per me. idem andrea de carlo che tuttavia continuo a stimare comunque.  sospetto vi sia piuttosto assuefazione o disincanto…questo mi lascia capire che tutta questa coerenza interna che presumo d'avere, dev'essere un po' un mito! e la domanda allora è: questa circostanza riguarda solo me e la mia eventuale invisibile incoerenza a me stesso, o è una costante degli esseri umani che si dedicano alla lettura? e si può considerare un tratto generale della coscienza umana questa sfuggente incoerenza? cioè non sappiamo quel che diciamo anche se lo diciamo spesso con grande sicurezza? cioè li leggi i giornali? senti che promesse? "non metteremo le mani in tasca agli italiani" secondo te fa riferimento a machiavelli  oppure è una nuova versione del rapporto fra le parole e quelli che si chiamano dati fattuali? cos' che la PERSUASIONE è diventata l'arma letale della nostra società, del principio di realtà e del senso critico generale?ma ora ti confido un segreto. sono certo che in effetti la salute mentale consista proprio in questo spirito d'adattamento che richiede grande incoerenza e allo stesso tempo l'incapacità a rendersene conto. considera per esempio le persone realmente affette da disturbi psichici. quale tratto rinvieni di solito? la coerenza. o anche le ossesioni. sarebbe una speci di riprova, no? i "matti" sono coerenti e s'aspettano che tu mantenga la parola. come a dire che berlusconi sia la persona più sana che sia mai esistita al mondo. o almeno discendente per la via del DNA e non del cognome di Machiavelli e Mussolini. cioè lo spirto adattivo sovrabbondante del faraone di arcore fa si che possa accumulare risorse eccedenti da portar con se nel mausoleo che s'è fatto costruire proprio nella residenza di arcore. e che prossimamente sarà condonata…;-)che ne deduco? che la persuasione e la corcizione sociale sono essenziali nella formazione e nella visione di noi stessi e del mondo.a questo punto visto che entrambi amiamo la letteratura potremmo dar avvio ad una narrazione in cui il protagonista casualmente apre gli occhi e sfugge a questa… "matrix" social dovuta alla socializzazione, anche attraverso la televisione…e scopre come nel film "Il tredicesimo piano" (che non è tratto da philip k dick ma da Daniel F. Galouye anche se di dick sembra)  che la realtà sia nulla altro che una simulazione.

    a questo punto capendo che bisogna far ricerche sullo stile di Dan Brown per scrivere un romanzo di successo (di questo tipo) ci documenteremmo circa le implicazioni degli esperimenti per esempio della meccacnica quantistica che hanno disvelato circostanze inquietanti circa il rapporto fra la consapevolezza degli scienziati e gli esiti degli esperimenti. dimostrando persino che fosse possibile (!!!) nel presente mutare il passato (e non è fantascienza).mi fermo qui.corro a scrivere il romazo prima che mi rubi l'idea che incautamente qui ti ho esposto!;-)

  22. tolstoj76 maggio 27, 2010 alle 8:30 am Reply

    latuanimagemella: anche nel mio caso, la sensazione di affinità di cui parli è cambiata col tempo; anch'io ho avuto i miei kubdera e De Lillo; ho iniziato con Tolstoj per arrivare a Proust, criticando certa letteratura "semplice" e sciutta (alla Hemingway, per intenderci); naturalmente volevo scrivere come loro… e ti assicuro che se hai un po' di talento riesci anche; poi ti rileggi e ti fai schifo… allora riprendi "Addio alle armi" e capisci il perchè delle sue sedici o più stesure… e dici forse è il caso di scrivere come Hemingway… alla fine della fiera, l'unica cosa che resta da fare è trovare se stessi… ecco la sfida; mi sono sempre chiesto se Hemingway o Proust abbiano mai avuto lo stesso problema; se non abbiamo distrutto le  loro opere "imitative"… è una bella domanda non trovi? Alla fine i maestri mi hanno lasciato la tecnica… Quindi è arrivato il "cosa scrivere". Ecco, loro hanno dato una risposta personale. Io la sto ancora cercando… e molto spesso temo che lo farò per tutta la vita; (se penso a Moravia che a diciotto anni scrisse un capolavoro come "gli indifferenti" mi dico che la scrittura non è roba mia); forse questo concetto è più chiaro con la musica: un musicista tributa coloro ai quali si è ispirato… perchè costituiscono le radici della sua composizione; quel suono che sentendolo dici "wow"… beh, mi fermo qui; grazie per la visita, graditissima…

  23. latuanimagemella maggio 27, 2010 alle 3:49 pm Reply

    se uno riesce a scrivere un libro è perchè decide i nomi dei personaggi e come grossomodo siano fatti e che cosa facciano a grandi linee. sa di cosa vuol parlare. cosa lo colpisce e che vorrebbe esplorare meglio. magari ha anche dei punti di vista originali su determinate circostanze. non decide di fare un romanzo di successo.scrive con semplicità di quello che lo appassiona. è anche abbastanza limpido con se stesso, avendo chiaro che scrive di quel che lo interessa ma pu sempre per il lettore. cioè per il cliente. che vuole camparci se gli riesce della scrittura.prendi simenon. in una vecchia intervista televisiva in b/n fatta dal giornalista mazzarella che gli fa visita al suo castello (e simenon pare proprio maigret con la pipa che sta fumando) viene mostrata un'intera libreria con i suoi volumi pubblicati con degli pseudonomi. anche romanzi rosa scritti alla velocità della luce. senzza star a pensare e adesso di che scrivo? ma pensando: devo finirlo, mi hanno già pagato, se non lo consegno sono cavoli. oppure: quando lo finisco mi pagano!pare che simenon facesse solo una prima stesura a matita (?) e poi a macchina e non volesse più rileggere per non sconfortarsi. che ne ho dedotto? che la scrittura bisoga iniziarla da giovanisssimi. che la scrittura deve diventare una seconda pelle. che occorra avere possibilmente una formazione classca per conoscere quanti più predecessori. che infine si scriva in trance. che si debbe andare oltre se stessi altrimenti i 10 personaggi del romanzo sono solo versioni grige e impaurite del proprio conformismo. bisogna far compiere ai personaggi quel che lo scrittore non farebbe mai.ci si può aiutare "mimando" le notizie di cronaca per esempio. i tuoi modelli letterari io li considero inarrivabili, a parte forse moravia. cioè moravia nel suo primo romanzo mostra che la malattia fa crescere precocemente. l'idea della morte e la malattia fanno comprendere cosa sia realmente in gioco. naturalmente so anche di gente che scrive velocissimente e benissimo come se davvero sapesse sempre che vuole dire. quasi più velocemente dello scrivere e del concepirlo. sembra che viva nella scrittura e che poi scrivendo faccio solo un piccolo prelievo di caratteri e sintassi dall'iperurania.per esempio moravia è in qualche modo emulabile. è anche una questione di corde e sensibilità personali. ma la distanza fra chi vorrebbe essere scrittore e chi ha dimostrato che lo è nella velocità con cui si passa dal desiderio e dalle intenzioni ai fatti. quindi c'entra la personalità, l'identità, la psiche, le motivazioni, la volontà, l'abilità di conciliare contrasti ed opposti.gli altri che hai citato sono semplicemente inattivabili. cioè il talento esiste. e non è distribuito equamente. ma ciò non significa che non si debba provarci.se uno vuole realmente scoprire se può essere realmente scrittore oggi non ha bisogno neanche di essere approvato da una casa editrice, avvalendosi del servizio feltrinelli che stampa e vende nei propri negozi i libri autofinanziati.si può al limite prendere questa possibilità come una sfida con se stessi. cioè uscire dall'indeterminato e dirsi: io scrivo il meglio che mi è possibile per 1 anno per pubblicare fosse anche a spese mie. magari userò le copie di mia spettanza per inviare la mia opera in "bella copia" a tutti gli scrittori italiani per una vera pubblicazione successiva.ma poi il momento della verifica può essere o lo scioglimento di un incantesimo che impediva di provarci sul serio o il disvelamento definitivo della propria mediocrità assoluta.così che o incominci una vera carriera letterararia oppure si parta alla volta di altri trastullamenti mentali con altri giochi di ruolo e diventando a pieno titolo lettore e al limite biografo di se stesso…

  24. Atharaxia giugno 24, 2010 alle 9:53 am Reply

    Sono passata a leggere ma credo mi serva più tempo e più testa. Però hai un blog davvero interessante. Buona giornata

  25. Desertsea giugno 16, 2011 alle 12:24 pm Reply

    questo post mi piace molto…
    peccato non lo si possa condividere come su fb.

    rubo .

  26. ALICE16V agosto 6, 2011 alle 2:06 pm Reply

    BELLISIMO POSTO INTRIGANTE E INTENSO!!!!!!

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