Intermittenze

I

Avete presente le luci dell’albero di Natale, quando sono difettose? Producono dei piccoli lampi colorati che si spengono all’improvviso e dipingono scie inquetanti, lestissime nel graffiare la notte. Armeggiando coi fili si ripete lo stesso fenomeno, senza una logica, in modo del tutto casuale, e pare impossibile individuare il problema. I miei pensieri sono così, intermittenti come luminarie scadenti, piene di mille sfumature contrastanti. Mi definiscono imprevedibile, cinica, tremendamente non lineare, una metafora dell’esistenza che piove addosso agli uomini senza chiedere il permesso e li colma di sorprese e malvagità.
Quando ci si ritrova distesi in un letto d’ospedale la vita indossa un abito differente, assimilabile all’uniforme di un vecchio ergastolano. E’ vero, direte voi, lo fa continuamente, come quelle ragazze che devono prepararsi per un appuntamento importante e non sanno cosa mettersi, smaniose di rivoltare tutto l’armadio. Però, ci sono momenti in cui la sensazione che il destino ci cuce addosso, forse per la durezza del tessuto non ancora vissuto, genera memorie particolarmente dolorose ed incisive. Penso non sia solo merito del disagio di una certa situazione, lesta ad imprimersi nella mente, piuttosto della naturale predisposizione a recepire alcuni stimoli in circostanze straordinarie.
Ad undici anni, per esempio, mio Zio mi portava spesso a passeggio. Era invalido e veniva mantenuto dalla società con una di quelle pensioni che dispensa qualcuno dal tributo verso gli uomini in nome di un altro preteso dal destino. Non dimenticherò mai gli occhi freddi, il volto austero, il ghigno sadico con cui mi guardava; il bastone ricurvo, simile ad una vecchia stampella; i capelli sparuti, tirati sopra la fronte. Era l’unico fratello della mamma. Viveva da solo, senza una donna. Abitava in una casetta vicino alla nostra, tutta circondata di piante e con i tetti rossi che svettavano solenni oltre le fronde spinose dei pini. In una delle solite passeggiate pomeridiane, la mia attenzione di bambina venne attratta da un furgone pieno di sbarre e dal quale spuntavano fili di paglia e zampe di animali. Una gomma bucata aveva costretto quel carcere ambulante sul bordo del marciapiedi. Ricordo due uomini faticare sotto il sole e discutere animatamente. Lo Zio s’era fermato a parlare con loro ed io m’ero avvicinata nel tentativo di raccogliere un po’ di fili gialli, col segreto proposito di costruirmi una corona dorata. Un musetto lanuto aveva respinto la mano destinata all’operazione. Spaventata, m’ero ritratta come una lumaca dentro il propio guscio. Poi un belato e un altro musetto fuori dalle sbarre. Rimasi incantata, ad ammirare quei bambini di un’altra specie. Chissà quale ragione perduta mi suggerì il gesto: raccolsi dell’erba, che pendeva distratta da un’aiuola dietro di me, e la porsi, tremante, al più simpatico e dispettoso dei piccoli reclusi.  Che gioia vederlo masticare e sentire gli altri belare d’invidia. Ci sarebbe stato cibo fresco per tutti se la voce dello Zio non m’avesse distolta dal compito affascinante suggerito dalla Natura. “Dove vanno gli agnellini?”, chiesi tutta sorridente. “Al mattatoio”, rispose, “ma ora andiamo!”.
Sopra il mio capo pende una borsa trasparente, di plastica lucida, gonfia di liquido. Un tubicino ritorto come un ricciolo spilla qualche goccia dentro l’ago che mi buca il braccio. Ho una gran paura degli aghi ed in genere di tutte le punte. E’ come se le sentissi nemiche per la mia carne. Intanto, il respiro aumenta il dolore e lo affievolisce, pare il ritmo di una danza tribale che vuole quietarsi per crescere d’improvviso e salire, e scendere, e morire, e vivere. Vivere, come la ragione che mi porto dentro. Vivere: il più necessario degli imperativi. Cosa fanno gli agnelli se la madre s’allontana? Belano la loro ingiunzione ad esistere. La stessa che, in ogni istante, alimenta il respiro e spinge il sangue negli anfratti più infimi. Quante volte avrei voluto obbiettare alla vita, al divenire che pulsa nelle tempie e martella spietato, sospinto dalla mano di Efesto. Lo Zio amava la mitologia e raccontava sempre storie terribili di uomini fieri che lottavano come animali nella notte dei tempi, per ritagliarsi, diceva, una goccia d’immortalità. Ricordo Achille ed Ulisse flagellare i nemici, e Agamennone morire per mano della moglie. Non sono cresciuta con le favole. Trovo che le storie per bambini non mi siano mai appartenute.
Si sorpresero tutti, quando, a quattordici anni, non versai una lacrima sulla bara dell’uomo che consideravo un carnefice. Dissero ch’era a causa del troppo dolore. In verità, sto soffrendo più adesso, con questo ago dentro la carne, che per la morte di un essere tanto malvagio. Se penso ai sui occhi, nelle sere d’estate, comprendo in un niente le ragioni del misterioso malanno di cui sono vittima. E’ lui la febbre, la peste che m’infesta il corpo. E non se ne vuole andare. Ciò che sta per accadere spero possa guarirmi, ma, forse, sono affetta da un male incurabile. Quante volte ho cercato di ricostruire il momento del contagio. Se solo potessi vedere quando tutto ebbe inizio e scorgere il sacrificio dell’infazia cancellata con un colpo di spugna da mani crudeli… Il cervello rimuove per istinto i ricordi peggiori ed impedisce di analizzarli avvolgendoli in una superficie opaca. I miei occhi sono asciutti da anni: un deserto dimenticato dalla nuvole.
Il dottore dice che tutto andrà bene, che la flebo è una normale procedura. Ho paura: nulla nella mia vita è mai stato “normale”. Quanto odio questa parola e tutti coloro che l’associano all’esistenza. E’ un marchio finto, una patacca senza valore di cui si fregiano gli stupidi. Ho il mio dolore, certo, e lo custodisco con gelosia, come un tesoro fragile e delicato. Lo cullo da sempre, è un puntello contro la paura. Di cosa?

II

Un’altra fitta. Potente, audace. Respiro. E’ la mia unica difesa. Sono abituata a soffrire. Ricordo il bruciore tra le gambe, quando ero bambina. Le mani rugose, di vecchio, palparmi ogni angolo e scavare la carne. Stavo ferma, pregando che finisse: presto, prima possibile. Quando tornavamo in casa voleva comprami le caramelle e del cioccolato. Avevo imparato a non rifutare. Se cercavo di farlo mi picchiava. Mettevo in tasca quelle leccornie e buttavo tutto nella spazzatura appena ci lasciavamo.
Per anni ho provato una sorta di muto terrore degli uomini. Piangevo se qualcuno mi toccava. Un giorno mi convinsi d’aver trovato una persona speciale. E’ tipico del mondo distruggere i sogni. Accadde anche a me, ovviamente. Un vandalo lanciò il suo bel sasso appuntito sulla vetrata del mio desiderio e tutto andò in frantumi. Non ho mai capito perchè noi poveri stupidi, sudditi dell’amore, ambiamo ad una realizzazione del sentimento che non ha nulla di terreno. Forse è l’unica speranza che ci resta, siamo troppo umani per essere completamente vuoti. A che serve, in fondo, la vita? E’ un gioco troppo sciocco trascinarsi giorno dopo giorno e bruciare il tempo con pazienza, sino ad esaurire la legna concessa. Almeno un po’ di dolore aiuta a vivacizzare le giornate, getta qualche foglia verde sulla fiamma degli anni, produce un fumo che ci illudiamo possa assumere dei significati. Detesto le domande: è, sempre, il caso di non farne. Come vedete, non ci riesco. E’ più forte di me. Mi sono chiesta tante volte, per esempio, se il bisogno di interrogarsi, più forte della ragione, sia solo mio o di tutte le nature. Qualcuno pare poterne fare benissimo a meno: lo invidio, ma la cosa mi speventa.
Ogni tanto viene qui un medico, un bravo ragazzo. E’ alto e magro, con la pelle bianco latte. Non pare freddo come i suoi colleghi. Mi guarda tradendo un sentimento assimilabile all’affetto. Controlla la flebo, legge la cartella ai piedi del letto, fa uno di quei sorrisi luminosi e buoni di cui sono capaci solo pochi, e mi chiede, con voce dolce, “Come andiamo?”. E io: “Bene”. Anche quando le cose sono andate malissimo, a questa domanda, la più stupida del mondo, ho sempre risposto: “Bene”. Con una menzogna, come per tutto il resto. Mentiamo sempre. Credo che la prima volta lo si faccia inconsciamente. E’ una cosa talmente spontanea… pare impossibile individuare nel tempo la prima bugia, come il primo dolore o il primo languore preludio della fame. Si tratta di ricordi primordiali, che ereditiamo dalla Terra.
L’altra sera la cena faceva schifo. Il mio regime alimentare è controllato, non so neppure per quale ragione, e, nel vassoio, trovo, regolarmente, un foglietto col computo delle calorie come se nutrirsi equivalesse a risolvere un’equazione. La zuppa è spesso untuosa. Sopra il liquido oscuro galleggia una macchia d’olio di cui mi diverto ad interpretare la forma. “L’olio ha un peso specifico minore dell’acqua”. Abbiamo il cervello colmo di nozioni che affiorano come l’olio. Si vede che il peso specifico di questo ricordo era più leggero di tutte le altre memorie. Ho provato a muove col cucchiaio questo schizzo giallo che nuota sopra la minestra,  ad essere psichiatra di me stessa e dare alla sua forma un significato preciso. La fantasia ha formulato svariate ipotesi: una nuvola, un fiore, un albero, un cuore. Il cuore, per esempio, l’ho sempre visto ovunque, tranne nel petto degli uomini. La seconda volta che sono andata con un ragazzo avevo già rinunciato all’amore, lo sapevo che era solo sesso. Da allora è stato sempre così. A differenza del primo, questo qui era proprio brutto. Aveva un nasone che pareva una proboscide, ma mi faceva ridere come una pazza.
Il mio dottore preferito, l’unico di carne e sangue in questo universo di automi, dev’essere il tipico uomo che le ragazze si divertono a distruggere. Anche quelle più “buone”. Penso proprio che dovrei impartirgli un paio di lezioni e corazzarlo contro il mondo. Pare un bambino, fa tanta tenerezza. Una volta l’ho sentito discutere al telefono e disperarsi per qualcuna che non rispondeva alle sue chiamate. L’ho fatto un sacco di volte anch’io questo giochetto. Siamo davvero miopi. Finiamo per rifiutiare chi potrebbe farci felici e corriamo dietro a dei veri aguzzini. Ci facciamo conquistare da bellezza, simpatia, esuberanza. Che spesso nascondono menzogna, stupidità, freddezza. E costruiamo castelli intorno agli altri, immensi bastioni di sabbia, come farebbero architetti geniali ed ispirati. Lì in mezzo ci perdiamo. Così la persona che desideriamo sparisce. Allora giochiamo a ritrovarla. Ovviamente ciò che scopriamo, sempre che riusciamo nell’impresa, è completamente diverso da colui o colei che ci avevano conquistati. E’ il momento di usare i mattoni della mente per erigere una bella gogna ed esporci al pubblico udibrio: noi, vittime irriducibili dell’amore: “Se solo il mondo ci avesse capiti!”, “Se solo fossimo stati fortunati come gli altri!”. Gli altri: questa massa ameboide a cui appioppiamo tutti i pregi e i difetti dei viventi, senza una regola, come ci viene. Noi sfortunati? Loro fortunati. Noi soli? Loro no. Noi tristi? Loro felici.

III

Da un paio di giorni mi tengono sotto osservazione. Ho una stanza tutta per me, sono in una specie di privilegiato isolamento. C’è un congegno che misura il battito e qualcuno mi ha legata ad una macchina tramite elettrodi di metallo incollati sul petto. Temono un collasso cardiaco. Mi hanno infilato un secondo ago nell’altro braccio. E ogni volta che fanno un prelievo non devono bucarmi.
Ho un fratello maggiore, molto più grande.
Non siamo tanto amici. E’ sempre stato molto geloso dela propria vita. Tante volte ho pensato si vergognasse di me. E’ una brutta sensazione. Ma, ormai, non me ne curo: ci ho fatto l’abitudine. Sono rimasta un po’ sorpresa quando è venuto a trovarmi, una settimana fa. Ha detto: “Come stai?”, ed io: “bene” (ricordate?, mento sempre a questa domanda). Ha detto: “Ti serve qualcosa?”, ed io: “nulla grazie” (anche a questa domanda mento sempre: sono orgogliosa). Poi, silenzio. Cosa possono raccontarsi due persone che non si sono mai parlate? Al funerale della mamma ognuno era rinchiuso nel proprio dolore, prigioniero della sua torre. Ricordo i riflessi del sole primaverile sulla bara oscura e il piccolo corteo che si dirigeva come un serpente stanco oltre le mura del cimitero. C’erano alcuni cipressi che parevano soldatini di legno un po’ sbilenchi, allineati in modo confuso: il gioco di un bambino goffo. Ho una memoria bizzarra: non costruisce relazioni lineari tra le cose: lega le immagini secondo disegni vaghi che sono la prima a non capire. I mie temi, a scuola, erano la disperazione della professoressa di lettere. Ad onor del vero, sono sempre stata una pessima studentessa. La frase che gli insegnanti rivolgevano più spesso alla mamma, preoccupatissima per il rendimento “dell’unica figlia femmina”, era lo stereotipo più abusato nel mondo dell’istruzione: “Ha ottime capacità ma non si impegna!”. Si può liquidare così una persona? Non ho mai preteso le “ottime capacità” degli svogliati, ho un’intelligenza piuttosto comune, credo. Però, è vero: non m’impegnavo. Per una semplice ragione: mi mancava un po’ d’affetto, vero, puro e disinteressato. La merce più rara di questo mondo di merda. Ecco, ho usato una “parolaccia”, eppure le detesto. Questa, però, è insostituibile.
Oggi il dottore buono m’ha preso la mano. Lo ha fatto con affetto, credo. Spero che la maledetta macchina alla quale sono appesa non gli abbia raccontato la mia emozione. E’ pericoloso tradire la nostra tenerezza per qualcuno, ci rende schiavi. Ho smesso di arrossire da anni. Non ricordo neppure l’ultima volta in cui m’è successo. Ho perduto anche le lacrime. Dalla morte della mamma i miei occhi sono sempre rimasti asciutti. Forse perchè, per tramutare il dolore in pianto, si deve essere puri, ed io non lo sono da troppo tempo. Penso che si pianga sempre per qualcosa di assoluto. Non necessariamente nobile ma assoluto. Le lacrime, siano esse di dolore, disperazione o gioia sono frutto di un’emozione più grande della mente, che ha bisogno del corpo per manifestarsi: sono il segno di un piccolo trauma, quancosa che altera impercettibilmente la vita e ne sposta l’asse.
Ho sempre vissuto di espedienti, ecco la verità. E aborrito ogni tipo di stabilità. Adattarsi ad una routine troppo lunga vuol dire consegnare la vita ad una monotonia svilente. Ogni sei mesi ho cambiato lavoro e mi sono sporcata le mani solo quando non ho trovato nessuno disposto a mantenermi. Però la mancata autonomia non è mai stata causa di sottomissione: ho preferito essere messa alla porta che perdere la mia dignità. A pernsarci bene non ho dignità, mi è stata tolta, rubata dal destino. Però questo la gente non lo sa. E’ sufficente mostrarsi un po’ orgogliosi e fare qualche capriccio per essere considerati “persone da rispettare”. Come se non si dovessero rispettare tutti! Sono anche capricciosa. I capricci sono le scusa migliori per le donne. Permettono di prendersi tante piccole rivincite e di arrivare dove si vuole.

IV

Mi faranno un parto cesareo, così hanno detto. E’ stato il medico “buono” a darmi la notizia. Pare sia troppo rischioso lasciare che la natura faccia il proprio corso. Se fossi un animale, sarei già morta. “Essere morti” è un’ossimoro spontaneo del pensiero. Come si può essere qualcosa se non si è più? Senza tutte queste sostanze in sospeso nel sangue non riuscirei a tirare avanti. Che strana cosa le medicine: veleni guaritori, indispensabili tossine…
In questi giorni penso spesso alla mia creatura. Avrò qualcuno da amare. Vorrei dargli me stessa, senza riserve. La maternità è uno stato latente nella donna, somiglia ad uno di quei caratteri recessivi che, improvvisamente, vengono fuori nei figli: e genitori con gli occhi castani fanno un bimbo con due belle pupille cobalto. Anche le mie pupille stanno diventando cobalto, sapete? Sono azzurre come il cielo, colme di speranza. Riesco quasi a non avercela col mondo. Sento, persino, il bisogno di dire grazie a qualcuno per il regalo che mi porto in grembo. Non so se abbia senso la speranza. In assoluto, intendo. E’ qualcosa che sale e scende come una marea. A volte colma tutto e regala un’illusione fasulla, altre priva la vita della propria coperta mostrando le ossa orrende del mondo. Ricordo, da piccola, lo stupore nel sentire la storia del cimitero degli elefanti, questo gigantesco ossario della natura dove la morte assume un aspetto puro e sacro, candido come l’avorio delle zanne. Ho sempre immaginato che in un posto simile spiri un’aria tagliente e rarefatta, carica d’ossigeno, di montagna, profumata d’infinito, intrisa di tempio. Adoro le chiese e i luoghi sacri in generale. E’ bello respirare tanta voglia d’immenso. Così mi sento quando penso al mio bambino: piena d’immenso. Si tratta d’un’emozione traboccante. Sono regina e schiava di un regno incantato, ed è tutto merito suo, di questo sconosciuto che m’è piovuto in grembo, con cui non ho mai parlato e che m’è già tanto intimo.
Arrivano i medici. Li infastidisce vedermi scrivere. Ho paura: quando si va sotto i ferri non si può fare a meno di dire addio al mondo, nell’evenienza che non si torni. Non voglio più prendere la penna se sarò madre, nè leggere. Solo amare, con tutta me stessa. Ma saprò farlo? Non conosco le regole, nessuno me le ha insegnate. Sento solo che darei la vita per la vita che mi porto dentro. Sarà sufficente?
M’hanno messo un’altra flebo, diversa. Un dottore ci ha infilato una siringa per mescolare qualche misterioso principio attivo al contenuto di cui mi si riempiono le vene.
Mi portano via, devo proprio andare. La smetto o penseranno sia pazza. Eccomi, pronta per l’ennesima prova. Finirà tutto o mi sveglerò diversa? Di una cosa sono certa: la madre di domani non avrà nulla in comune con l’autrice di queste righe, perchè, oggi, qualunque cosa accada, moriremo o nasceremo in due.

Nota:
Intermittenze è stato uno dei “racconti finalisti – premio speciale città di Palermo” della Subway Edizioni (http://www.subway-letteratura.org/). L’ho scritto alcuni anni fa e rispolverato per l’occasione. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate.

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51 thoughts on “

  1. Hodie dicembre 1, 2010 alle 3:52 pm Reply

    l'ho letto due volte. è una meraviglia, così ricco da togliere il fiato.

  2. mirtilla318 dicembre 1, 2010 alle 11:49 pm Reply

    Splendido…

  3. panthervale dicembre 1, 2010 alle 11:54 pm Reply

    Quella flebo sembra trasferirsi nelle vene di chi legge. Fa scorrere il dolore, la speranza, la vita. Come dice Hodie, toglie il fiato. Sì. Perché non riesci a fermarti. Un flusso continuo di emozioni contrastanti che danno voce alla vita, anche quando sembra essere "morta".

  4. wildcat84 dicembre 4, 2010 alle 3:00 pm Reply

    senza parole

  5. VictoriaKalos dicembre 13, 2010 alle 7:36 pm Reply

    Penso che hai una scrittura estremamente coinvolgente. Sembra di stare dietro alle tue spalle e vedere davvero tutto quello che stai osservando, sentire quanto stai sentendo.

    E' un dono.

    Enorme.

  6. MusE0 dicembre 13, 2010 alle 10:53 pm Reply

    E' davvero stupendo… sembrava proprio scritto dalle mani di una donna che viveva davvero quelle cose…. bravissimo!
    Grazie per avermelo segnalato mi hai emozionata!

    I finali "senza" conclusione mi lasciano sempre un pugno nello stomaco però…. ma mi piace immaginare che siano nati in due!

    Buonanotte!

  7. BlancaMeis dicembre 15, 2010 alle 2:22 pm Reply

    stupendo…..sono senza parole…

  8. Battitodali3 dicembre 15, 2010 alle 4:19 pm Reply

    Grazie preferisco leggere i blog che i pvt
    quindi ti leggero'.

  9. adelieH dicembre 18, 2010 alle 7:06 am Reply

    Scrivi molto bene e sai coinvolgere il lettore. Da professionista.
    Un caro saluto. A.

  10. mirtilla318 dicembre 21, 2010 alle 11:59 am Reply
  11. masuria dicembre 24, 2010 alle 4:45 pm Reply

    Rpasserò a leggere con calma…

    Tanti cari auguri di Buone Feste

    Fabiola

  12. MusE0 dicembre 24, 2010 alle 7:36 pm Reply

    “>

  13. Cuoredivento gennaio 1, 2011 alle 9:49 am Reply

    Ciao passo per augurarti un felice inizio anno 2011, scusa la mia assenza, a presto, baci

  14. charlotte65 gennaio 3, 2011 alle 9:24 am Reply

    E' stupendo, emozionante !!

  15. troppofinta. gennaio 4, 2011 alle 2:37 pm Reply

    Non ho parole per cio’ che hai saputo scrivere con cosi’ tanta delicatezza e sofferenza. Che emozione nel leggerlo. Mi ha fatto ripensare alla bambina comprotagonista del libro “L’eleganza del riccio”. Complimenti davvero

  16. ladybeetle1 gennaio 4, 2011 alle 6:51 pm Reply

    Lo leggi tutto d'un fiato! e quasi non vorresti che terminasse.Bellooo

  17. lavedovallegra gennaio 8, 2011 alle 9:14 am Reply

    Cosa ne penso?
    Che scrivo non solamente molto bene ma sei profondo e tocca il cuore la tua voglia di essere non omologato, ciao!

  18. ioEilidh gennaio 10, 2011 alle 9:42 am Reply

    Terribilmente triste e disincantato…anche se alla fine c'è un riscatto di speranza…molto bello davvero. un saluto.

  19. Libero_Neri gennaio 13, 2011 alle 3:59 pm Reply

    scrivi bene amico, questo è innegabile… ma il racconto lo giudico piatto, pieno di luoghi comuni, un patchwork di cose dette e ridette prese qua e la, e sono così tante le cose buttate lì che certe volte, nella lettura, avevo l'impressione che stessi scrivendo per scrivere – solo per la forma – e tirando le somme poco originale – perdona la mia crudele sincerità ma credo che, magari rinunciando ad una scrittura che giudico un pò troppo legata alla scrittura di altri tempi, sapresti dare di meglio! La chiave della scrittura moderna, secondo me (ma soprattutto secondo Calvino e le sue Lezioni Americane), è senza alcun ombra di dubbio legata soprattutto alla leggerezza e alla rapidità.

  20. Cristag gennaio 14, 2011 alle 8:49 pm Reply

    Toc, toc … è permesso ??
    Ciao Angelo, come promesso ti sono venuta a trovare … e devo dire che mi hai accolta con un racconto meraviglioso.
    Sei stato molto bravo ad esprimere ciò che riguarda la sensibilità femminile.
    Nel leggerti ho preso nota di frasi molto belle che danno subito il senso del sentimento provato:
    "…infanzia cancellata, come un colpo di spugna da mani crudeli.."
    "… E' tipico del mondo distruggere i sogni. Accadde anche a me, ovviamente sulla vetrata del mio desiderio e tutto andò in frantumi.."
    "…Il cuore l'ho sempre visto ovunque tranne nel petto degli uomini…"
    "… Ci facciamo conquistare da bellezza, simpatia, esuberanza. Che spesso nascondono menzogna, stupidità, freddezza. E costruiamo castelli intorno agli altri , immensi bastioni di sabbia…"

    … e poi la speranza e la vita che ha la supremazia su tutto è pregna la tua frase:
    …" Anche le mie pupille stanno diventando cobalto. Sono azzurre come il cielo colme di speranza…"
    La chiusa fantastica: "… oggi, qualunque cosa accada, moriremo o nasceremo in due."

    Grazie di avermi invitata … sei veramente molto capace … avresti dovuto vincere il PRIMO premio.

    Ti abbraccio con affetto mio giovane amico.
    Cristiana

  21. Cristag gennaio 14, 2011 alle 9:03 pm Reply

    Angelo,
    vai sul mio sito … c'è una sorpresa per te!!!
    A presto
    Cristiana

  22. DomenicaLuise gennaio 16, 2011 alle 10:21 am Reply

    Scritto benissimo, intenso in ogni parola. Violenta introspezione dentro un animo femminile ferito a morte eppure vivo e pieno di speranza.  Molto piaciuto, complimenti.

  23. chiaramarinoni gennaio 17, 2011 alle 8:12 am Reply

    Splendido!!!
    Vorrei scrivere così….
    che penna la tua
    vede dentro le cose
    dentro i sogni e dentro l'immenso
    mondo dei sentimenti
    cattura l'immagine
    e ti porta con se:
    Un sorriso
    un abbraccio
    Chiara

  24. hulda gennaio 17, 2011 alle 9:31 am Reply

    assolutamente bello, di quelli che non si dimenticano.

  25. cheneps gennaio 17, 2011 alle 3:57 pm Reply

    Vorrei dire che per amare il suo bambino dovrà lavorare e amare il lavoro qualsiasi sia, dimenticare se stessa, esigenze e capricci e profonde analisi filosofiche sull'esistenza, correre quando ci sarà da correre, ecc. ecc. Ce la farà? Riuscirà a non essere più intermittente? E a superare il trauma della fanciullezza?
    Sono così le ragazze, oggi, sapienti e capaci di analisi profonde, ma tutte in negativo e proprio per questo incapaci di costruirsi una solida visione di sé?
    Certo che no, la protagonista è vittima di una violenza che ne ha reso deforme l'anima e allora…speriamo proprio che ce la faccia.
    Vedi. Il tuo racconto stimola alla riflessione.
    Dal punto di vista formale, per l' insistente analisi introspettiva, mi ha ricordato L'eleganza del riccio di Barbery.

    A rileggerti

    ciao

    franca

  26. tolstoj76 gennaio 17, 2011 alle 6:24 pm Reply

    cheneps: ho immaginato che la mia protagonista potesse trovare riscatto nella maternità, nell'atto egoistico di costruire "da sé" qualcuno da amare, qualcuno che non la tradisse come le era accaduto in precedenza… tu parli di "deformità dell'anima", un concetto pericoloso: non credo che l'anima abbia una forma più o meno giusta: tutto dipende dall'educazione e dalla società (leggi famiglia e ambiente) con cui è stata "lavorata"; forse una storia come quella che ho raccontato trova la sua ragione d'essere più nella necessità di decostruire certe idee bugiarde che nell'ipotetico possibile insegnamento da trarne.

  27. DomenicaLuise gennaio 18, 2011 alle 5:03 am Reply

    La maternità esige talmente sacrificio che potrà dimenticarsi delle intermittenze, credo. Ed è talmente tatuata nel dna femminile da essere superiore a carenze affettive di qualsiasi genere. Darà a suo figlio l'amore mai ricevuto e forse, dico forse, troverà un equilibrio. Adesso ha una speranza concreta.

  28. tolstoj76 gennaio 18, 2011 alle 8:13 am Reply

    DomenicaLuise: forse l'interrogativo da porsi è: perchè mettere al mondo un figlio? per assecondare un istinto? per esaudire un desiderio personale?

  29. chiaramarinoni gennaio 18, 2011 alle 8:35 am Reply

    Del racconto mi piace sopratutto il finale
    che per me è il fulcro del racconto;
    puoi avere tutto o niete, dolori o gioie
    nessuno può vivere senza speranza.
    La speranza che s'infonde in una nuova vita.
    Morire per rinascere
    come il seme, prima muore
    poi germoglia.
    Ecco, tutto finisce ed inizia.
    Puoi essere fango o canna al vento
    albero o mare
    tutto rinasce.
    Un sorriso
    Chiara

  30. tolstoj76 gennaio 18, 2011 alle 9:29 am Reply

    chiaramarinoni: d'accordissimo sul discorso della speranza 🙂

  31. chiaramarinoni gennaio 18, 2011 alle 10:40 am Reply

    Per quanto riguarda la maternità
    è meravigliosa e tremenda al tempo stesso.
    Come la vita!
    Ciao
    Chiara

  32. utente anonimo gennaio 24, 2011 alle 8:03 pm Reply

    La Vita che prima di abitare il corpo della madre ha abitato le menti dei Genitori “sta in Attesa” e merita ascolto: non bisogna farla aspettare.
    Si sceglie di non farli i figli.
    Cito una bellissima poesia della poetessa “Alda Merini”
    A mio figlio
    Ti ho generato col solo pensiero figlio
    e non sei mai sceso nel mio corpo come una buona rugiada.
    Però sei diventato un’ape laboriosa, hai fecondato tutto il mio corpo
    e a mia volta son diventato tuo figlio, figlio del tuo pensiero.
    Forse, quando morirò, partorirò tutta la dolcezza che mi hai messo nel primo sguardo

    perché figlio, ti ho guardato a lungo, ma non ti ho mai conosciuto.  
    Figlio figlio mio sognato, figlio ti ho solo pensato
    non sei mai sceso nel corpo come una buona rugiada
    ti ho guardato a lungo, ma non ti ho conosciuto mai.

     
    Teresa
     

  33. jentu gennaio 25, 2011 alle 9:05 am Reply

    semplicemente…bellissimo.

  34. MariaPapa gennaio 25, 2011 alle 3:40 pm Reply

    A tratti sincopato, come piace anche a me.
    Noto con estremo piacere l'attenzione superba che hai prestato alla punteggiatura. Personalmente, deformazione professionale forse, è una cosa che apprezzo e che mi infastidisce quando non trovo.

    Complimenti!

  35. bubybu gennaio 28, 2011 alle 10:45 am Reply

    Complimenti, spero pubblicherai altre cose, non vedo l'ora di rileggerti. Buona giornata. Laura

  36. lullubay gennaio 29, 2011 alle 7:52 am Reply

    La maternità non è una cura… non è un riempitivo o un tentativo di trovare quell'equilibrio che manca all'"intermittenza dell'essere"…anzi…in taluni casi l'intermittenza aumenta all'impazzata…ma la speranza deve restare…la vita è la speranza….grazie.

  37. stellacaduta68 febbraio 15, 2011 alle 10:34 am Reply

    molto intenso

  38. LaieBis febbraio 23, 2011 alle 5:11 pm Reply

    L'ho letto tutto d'un fiato. Per un'opinione più costruttiva dovrò riflettere meglio…a quanti anni lo hai scritto? giusto per farmi un'idea…

  39. JanetWeiss febbraio 24, 2011 alle 10:52 am Reply

    Mi ha colpito molto, certo è che tocchi temi molto forti.
    Scrivi davvero bene comunque!

  40. raffaella.f. febbraio 24, 2011 alle 1:06 pm Reply

    "la smetto o penseranno sia pazza"…

    la quinta essenza della scrittura….complimenti!

    🙂

  41. Eireen74 febbraio 26, 2011 alle 9:23 am Reply

    Ciao Angelo, non vorrei ripetere quanto hanno detto gli altri commentatori qua sopra, comunque il racconto mi pare chiaramente ben scritto e ben strutturato, oltrechè interessante. Si vede che sai scrivere e che ceselli le tue frasi con cura: credo che dietro ci sia molto esercizio, oltre che talento. Unica nota di disappunto: è una lettura molto densa, davvero molto densa, forse troppo. Forse si può cercare di alleggerirla un pò' qua e là, magari con dei dialoghi (è solo un'idea). Sento che il racconto andrebbe sfrondato in parte. Cos`com'è, va letto a rate, perchè letto in un'unica soluzione diventa troppo per la mente e il cuore da elaborare. L'hai scritto anni fa, quindi magari nel frattempo il tuo stile è cambiato. Comunque bravo. Ciao Eireen

  42. Lilysa marzo 2, 2011 alle 4:32 pm Reply

    Stupendo…Davvero…emozionante, palpitante, intriso di tutto quello che dovrebbe avere un racconto per prendere il lettore…Complimenti..:)
    A presto, Lisa

  43. Diaktoros marzo 3, 2011 alle 5:08 pm Reply

    E' vero, la storia è in fondo comune; ma chi l'ha detto che si debbano scrivere solo storie bizzarre e incredibili. Mi pare di avere letto altre tue cose che mi sono piaciute di più, ma calarsi in un personaggio in una situazione particolare e difficile non è da tutti e tu ci riesci piuttosto bene. Il realismo poi non è certo una colpa. Una volta era quasi un obbligo; oggi forse si richiedono prodotti diversi, ma è solo una questione di moda. In un buon racconto realistico si possono riconoscere in tanti: anch'io due giorni fa ero in un ospedale con una flebo sul braccio e non mi sono mica ripreso troppo bene; anzi sto cercando di terminare i miei progetti in fretta, perché mio figlio, se vuole, li possa pubblicare.
    Arrivederci.

  44. maipersempre marzo 8, 2011 alle 7:42 am Reply

    bello…bello davvero…
    hai descritto benissimo il travaglio di questa donna, la cui vita è stata messa spesso a dura prova… come la vita di tutti del resto…

    e poi ancora la speranza, che ritorna, nella rinascita, nella nascita di questo bimbo…

  45. virginiaebasta marzo 14, 2011 alle 12:59 pm Reply

    Profondo,ma scorrevole,mai pesante.Hai il dono di incantare chi legge.mi piace davvero.

  46. .Luna. marzo 16, 2011 alle 3:46 pm Reply

    veramente molto bello…prende dall'inizio alla fine…

  47. volatutto marzo 18, 2011 alle 8:32 am Reply

    Finalmente ho avuto il tempo di leggerlo tutto, anche se a rate… Mi unisco ai complimenti riguardo alla profondità, alla densità, alla scorrevolezza, etc. Ma non posso fare a meno di chiedermi che cosa spinga un uomo a scrivere un racconto in prima persona identificandosi in una donna, e per di più trattando di esperienze che soltanto una donna può vivere. Intendo dire che non mi meraviglia che in letteratura ci siano personaggi maschili e femminili ideati da autori di entrambi i sessi. Per es. M.Mazzantini in Non ti muovere veste anche i panni di un personaggio maschile molto ben definito. Però ci sono anche altri personaggi. Ma un intero racconto in cui è una donna che parla? Secondo me, per esempio, è un po' assente la fisicità della gravidanza, che si scopre soltanto alla fine. So che è funzionale al racconto scoprirlo alla fine. Ma per una donna incinta con problemi (è ospedalizzata) la flebo non è il primo pensiero. Il primo pensiero è ciò che si muove, o non si muove, nella pancia. Il primo pensiero è sapere se ciò che è dentro di te , ma non è te, sta bene, è vivo, è normale. Mentre per quanto riguarda la violenza e l'abuso, io non sono nemmeno in grado di immaginare come ci si possa sentire, perché l'idea da sola mi fa stare male.
    Ma è un racconto bello. Forse la differenza fra uno scrittore e un non-scrittore e proprio questa capacità di immaginarsi altro da sé. Capacità che anch'io vorrei. Sarebbe bello poter vivere molte vite

  48. tolstoj76 marzo 18, 2011 alle 9:29 am Reply

    volatutto: il racconto vuole essere un esperimento; infatti accolgo la riflessione sulla fisicità… devo dire che se dovessi riscriverlo introdurrei degli elementi come quelli che hai indicato;

  49. samy74 novembre 24, 2011 alle 1:40 pm Reply

    c’è spessore…..complimenti
    hai per caso qualche concorso interessante da presentarsi in termini di racconti o romanzi??

  50. anna gennaio 30, 2012 alle 6:43 pm Reply

    Letto tutto e devo dire che mi sono commossa nel finale, ma asciugate le lacrime, analizzo la persona, che non so se è un prodotto di vita reale, oppure romanzata. Tuttavia, queste cose accadono, e c’è un punto, come racconti, cui il piccolo lampo di una lampadina di Natale che si bucia, produce quel bivio nella mente della bambina, che la porterà drammaticamente sulla strada di ciò che vede con gli occhi. Lei dice, che ha sempre considerato il cuore fuori dal corpo umano, ed ha ragione: il cuore non è in lei, ma fuori, e non si è accorta che è diventata cattiva, come lo zio, nel pensiero e nel giudicare. E’ un percorso obbligato di chi soffre, non accettare la propria condizione, e allora, si vendica, come se tutto, debba spettargli di diritto e mente nel dire che va tutto bene e che non le serve niente. E intanto, accumula cattiveria su cattiveria, perchè la menzogna non paga ma sbilancia l’orgoglio, il suo.
    Anche il giudizio è cattivo, e la frase sullo zio…Era invalido e veniva mantenuto dalla società con una di quelle pensioni che dispensa qualcuno dal tributo verso gli uomini in nome di un altro preteso dal destino…è sproporzionata, ma vista dal pensiero di chi non sa come quell’uomo era rimasto invalido.
    Ok, il vecchio ha distruto la sua innocenza, questo è il corto circuito, il lampo che ha fulminato una serie di lampadine che smettono di funzionare e ti portano al buio completo. Ma non voglio difendere una causa o essere di parte, sto analizzando, e purtroppo, la bambina ha fatto un percorso distruttivo senza il sostegno dovuto.
    Tutto sommato, il racconto ti prende e la lettura è scorrevole.
    Mi complimento con te. 

  51. notredame giugno 20, 2012 alle 11:36 pm Reply

     C’è un fatto che spezza il male, il cinismo che la realtà determina su di noi e di cui siamo conniventi ed è un avvenimento imprevedibile di portata eccezionale che ha aperto una ferita, un dolore, ma anche un desiderio nuovo e quindi una speranza , ed è legato all’ingresso nella vita di un altro.
    Mi piace molto per questo.
    ciao

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