“La valutazione morale si fonda sempre sulla apparente certezza di un codice morale, che pretende di stabilire con precisione che cosa è il bene e che cosa è il male; ma una volta che sappiamo quanto ne è incerto il fondamento, la decisione morale diventa un atto soggettivo, creativo.
(…) Nulla può risparmiarci il tormento di una decisione morale. In certe circostanze dobbiamo avere la libertà, per quanto possa esserci duro, di astenerci dal bene morale conosciuto come tale e di fare ciò che è considerato male se la nostra decisione morale lo richiede. In altre parole, non dobbiamo soccombere a nessuno dei due opposti.
(….) Di regola, comunque, l’individuo è talmente inconscio che non conosce la sua capacità di decidere, e perciò va ansiosamente alla ricerca di regole e leggi esterne che possono sostenerlo nella sua perplessità. A parte la generale insufficienza umana, la responsabilità di ciò va anche all’educazione, che si fa banditrice di vecchi luoghi comuni ma non parla dell’esperienza personale del singolo. Ci si adopera ad insegnare idealità che si sa non potranno mai essere vissute pienamente, idealità che sono predicate – per dovere di ufficio – proprio da coloro che nella vita non le hanno mai messe e mai le metteranno in pratica! Tale situazione viene accettata senza discussione.
Perciò, chi desideri avere una risposta al problema del male, così come si pone oggi, ha bisogno per prima cosa di conoscere te stesso, e cioè della maggiore conoscenza possibile della sua totalità. Deve conoscere senza reticenze quanto bene può fare e di quale infamia è capace, guardandosi dal considerare reale il primo e illusoria la seconda. Entrambi sono veri in potenza ed egli non fuggirà interamente né dall’uno né dall’altra, se vuole vivere – come naturalmente dovrebbe – senza mentire a se stesso e senza illudersi.
In genere, comunque, gli uomini sono irrimediabilmente lontani da un tale grado di conoscenza, sebbene oggi esista, per molti uomini, la possibilità di una più profonda conoscenza di sé. Tale auto-conoscenza é di primaria importanza, perchè grazie ad essa ci avviciniamo a quel fondamento o nucleo della natura umana che è la sede degli istinti, quei fattori dinamici esistenti a priori da cui alla fine dipendono le decisioni etiche della nostra coscienza. Questo nucleo é costituito dall’incrocio con i suoi contenuti, sul quale non possiamo pronunciare alcun giudizio definitivo. Ne abbiamo necessariamente idee inadeguate poiché siamo nell’impossibilità di comprenderne l’essenza con un atto conoscitivo, e di stabilirne i limiti razionali.”

(Carl Gustav Jung – Ricordi, sogni, riflessioni)

Comprendere l’insufficienza delle regole morali è uno degli atti fondamentali della crescita. L’imperativo “non mentire”, ad esempio, può individuare azioni “buone” e “cattive”. A chi non è successo di dire qualche bugia “a fin di bene”? Le osservazioni di Jung, in questo passo della sua originalissima autobiografia, si muovono su territori di confine in cui “i comandamenti” dell’educazione perdono significato e la decisione diviene “atto creativo”. Un ragionamento molto semplice, dunque, spazza via l’ingombrante problematica teologica del male e della sua genesi ricollocandola su coordinate strettamente umane. La miseria di un’imperfezione “reale” sconfigge la grandiosità di una perfezione esclusivamente mentale. Si giunge, ancora una volta, all’uomo e al suo mistero, all’oscurità dell’anima e a ciò che gli psicologi sintetizzano col termine “inconscio”.
Jung pare non avere dubbi, l’indagine dell’io più recondito è la via migliore per parlare di sé, l’unica compatibile con una naturale riservatezza. Ne viene fuori una biografia poverissima di date, avvenimenti, fatti… e colma di “ricordi, sogni e riflessioni”. Si tratta di un’analisi acuta e affaescinante, eccezionalmente ampia che, essendo guida ed esempio, offre un’esperienza di lettura unica e consigliabile a chiunque. Incredibile la delicatezza con cui vengono rivoltate alcune questioni, il rispetto assoluto per la diversità e lo sforzo disumano di eliminare ogni preconcetto dal tavolo della discussione (anche di fronte a temi insidiosi come l’esoterismo o la religione). Su tutto, un amore incondizionato per l’esistenza e il raggiungimento della sua completa accettazione:

“Al principio del 1944 ebbi una frattura ad una gamba, e a questa disavventura seguì un infarto miocardico.
(…)
…dalla malattia derivò anche un’altra cosa: potrei chiamarla un dir di “sì” all’esistenza. Un sì incondizionato a ciò che è, senza proteste soggettive; l’accettazione delle condizioni dell’esistenza così come le vedo e le intendo; l’accettazione della mia stessa essenza proprio come essa è. Al principio della malattia avevo la sensazione che vi fosse un errore nel mio atteggiamento, e che perciò, in certo qual modo, fossi responsabile io stesso dell’infelicità. Ma quando uno segue la via dell’individuazione, quando si vive la propria vita, si devono mettere anche gli errori nel conto: la vita non sarebbe completa senza di essi. Non c’è garanzia – neanche per un solo momento – che non cadremo nell’errore o non ci imbatteremo in un pericolo mortale. Possiamo credere che vi sia una strada sicura, ma questa potrebbe essere la via dei morti. Allora non avviene più nulla o in ogni caso non avviene ciò che è giusto. Chiunque prende la strada sicura è come se fosse morto.
Fu solo dopo la malattia che capii quanto sia importante dir di sì al proprio destino. In tal modo forgiamo un io che non si spezza quando accadono cose incomprensibili; un io che regge, che sopporta la verità, e che è capace di far fronte al mondo e al destino. Allora, fare esperienza della disfatta è anche fare esperienza della vittoria. Nulla è turbato – sia dentro che fuori – perchè la propria continuità ha resistito alla corrente della vita e del tempo.”

(Carl Gustav Jung – Ricordi, sogni, riflessioni)

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