The painting SATURN by the Spanish artist GOYA.

Letteratura e fede

“You hear all this whining going on, ‘Where are our great writers?’ The thing I might feel doleful about is: ‘Where are the readers?'”
Gore Vidal

“Nella fiction puoi essere molto più sincero senza doverti continuamente preoccupare di fare del male a qualcuno. […] Il tuo dono non consiste nell’impersonare la tua esperienza ma nel personificarla, nell’incarnarla nella rappresentazione di una persona che non sei tu. Tu non sei l’autore di un’autobiografia, sei un personificatore”
Philip Roth

Lessi il mio primo, vero romanzo all’età di tredici anni. Potrei affermare che fu amore a prima vista e che quel libro divenne, immediatamente, il capostipite di una serie ininterrotta, ma mentirei. “Il Ritratto di Dorian Grey”, acquistato in una piccola edicola Ericina gestita da un’antipaticissima ex compagna di classe della mamma, fece storia a sé nella carriera del lettore in erba che ero e rimase una parentesi isolata, scalfita da qualche rara fuga nel mondo dei classici. Il digiuno venne interrotto in modo saltuario. Ricordo abbastanza bene, per esempio, l’antichissimo “Ivanhoe” prestito di un caro amico, o le febbricitanti ore “in rima” del “Cyrano de Bergerac”, assaporate verso i sedici anni in cucina quando tutti guardavano la TV. In seconda liceo, toccò a “Il gattopardo”. “Gran libro, sia chiaro, ma noioso”, pensai maldestramente, salvando quel: “perché tutto rimanga com’è necessario che tutto cambi”. Poi, tornai a romanzi di genere: fantascienza, gialli e ad una miriade di piccoli e grandi saggi, prevalentemente scientifici.
Tuttavia, mi compiacevo di essere il nipote di un grande lettore. La mamma raccontava le giornate in campagna del nonno, trascorse accanto a pile di libri prestati in biblioteca, e tra i quali spiccava “Guerra e pace”, riletto “regolarmente”. L’ambientazione storica e il rispetto per la saggezza familiare furono sufficienti per guardare i bastioni dei suoi due tomi con tutto il timore di cui ero capace. Così, sfiorai l’esperienza di quella lettura varie volte, eludendola con la paura di non esserne all’altezza. Il momento giusto arrivò a ventidue anni. Strinsi tra le mani il primo dei volumi di Tolstoj provando un certo smarrimento dinnanzi alla fittissima presentazione di nobili e principi delle pagine iniziali. Per nulla scoraggiato, composi, riga dopo riga, l’albero genealogico dei protagonisti sino a scoprire, con una nota di dolcezza, che uno di loro si chiamava Andrea: come il nonno. Iniziai a macinare trenta pagine al giorno contando i minuti che separavano lo studio dalla lettura. Arrivai a punte di settanta, cento pagine nei momenti più emozionanti. Ricordo, ad esempio, una notte in cui rimasi sveglio sino alle tre del mattino per apprendere del rapimento di Natasha e una particolare commozione dinnanzi alla quercia che cambiava aspetto agli occhi di un innamoratissimo Andrea.
I miei primi tentativi di scrittura risalgono più o meno allo stesso periodo. Verso i ventun anni avevo progettato un romanzo di fantascienza lasciato, ovviamente, incompleto. Subito dopo, avevo scritto un primo racconto e un romanzo breve che “ripasso”, ancora oggi, con molta tenerezza. E poi una valanga di short stories tenute nel cassetto per anni.
Uno degli atti più complicati della crescita è ricostruirne le fasi. In questo tentativo, la scrittura diviene un supporto abbastanza valido, perché consente di fissare le idee liquide di un cervello in continua trasformazione. Ma mentre, alcune volte, il “click” che attiva certi meccanismi lascia un segno percepibile, altre, l’evoluzione, presunta o reale, avviene in sordina. Fatto sta che dal limbo di “Guerra e pace” uscii lettore.
Incantato, passai ad “Anna Karenina”. Di seguito a “Madame Bovary” e scoprii Flaubert. “L’ultimo giorno di un condannato a morte” spalancò le porte della Francia letteraria. Rimasi senza parole dinnanzi alle fantasie che il giovane spirito del protagonista snodava “ricamando di arabeschi infiniti il tessuto di questa misera vita”. Più in là, arrivarono Goethe, Marai e Dostoevskji.

Cos’era quel mondo che pareva tendermi una mano? Qual’era la promessa nascosta dietro le parole di cui era composto? Il primo errore commesso dal lettore in erba è cercare risposte. Le domande sono personali, sempre; e il modo in cui vengono formulate dipinge un ritratto abbastanza convincente della persona che abbiamo dinnanzi. Le mie erano piuttosto ingombrati oltre ad affondare le proprie radici nell’infanzia. Il primo pensiero “cosciente” era stato la morte, quella spaventosa possibilità di “perdere tutto” che veniva a farmi visita impedendo il gioco del sonno e iniettava nelle vene il bisogno di farsi abbracciare dalla mamma.
Quando l’adolescenza incrinò la maschera puerile del cattolicesimo cui ero stato educato, facendolo con l’efficienza che tutti conosciamo, cominciai a cercare oltre i paletti della teologia e trovai in Tolstoj la guida ideale. Devo sicuramente a lui il periodo più “religioso” della vita, l’unico in cui sia riuscito veramente a credere in dio e fare l’esperienza delle fede. Il “miracolo” accadde leggendo “La morte di Ivan Il’ic”, in un momento di salute complicato. Il protagonista della storia si trovava catapultato, all’improvviso, dalla placida routine quotidiana, nella dimensione cianotica e asfissiante della malattia che precede la morte, sino all’ovvia conclusione. Ebbi la sensazione di sentire il buon Lev sussurrare sadicamente: “arriverà anche per te”, cosa che, per quanto ne sappiamo, ripeteva a se stesso con una certa insistenza. In quel momento, l’unica risposta convincente mi parve, come accade a molti, la fede. Avevo letto i Vangeli con un certo entusiasmo, fasciando l’anima impaurita nella magia delle beatitudini o col poeticissimo incipit di Giovanni. A farmi cambiare idea, arrivò un estratto inquietante che invocavo spesso dinnanzi a situazioni sentimentali o personali dolorose. Il testo, di regola, dovrebbe fare un altro effetto ma io ebbi la freddezza di usarlo in modo “improprio”. Gli evangelisti, veri o presunti che siano, scrissero i loro “racconti” additando pene terrene ricompensate da premi post mortem e quindi non verificabili. Tra le poche frasi che fanno eccezione c’è questo breve estratto di Matteo: “Non siate dunque in ansia, dicendo: “Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?” (…) il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più.”. Non era vero. Bastava dare un’occhiata in giro per averne la prova. Ma soprattutto non lo era per me. Malgrado credessi e lo facessi senza riserve, “queste cose” restavano parole. Ripercorrendo, adesso, i sillogismi un po’ banali di quegli anni, mi consolo pensando a quanti continuano a concepire una “religiosità” basata su presupposti tanto deboli e puerili per tutta la vita. Cercai di fare un passo avanti. Le letture scientifiche non favorirono un amore per dio in dissolvenza, inducendo, piuttosto, la revisione di quegli autori il cui ateismo avevo trovato fastidioso. Proclamarmi agnostico significò innamorarsi di Bufalino, Proust e Celine e, più tardi, di Hemingway, Stainbeck e Fitzgerald. E poi ancora Roth, Franzen e Mc Carthy (ricorderò per sempre una discussione veramente bizzarra, in cui una cattolicissima blogger era riuscita a vedere in quest’ultimo, chissà come, un alfiere della fede).

Il panorama si allargava, spuntava una pletora di esempi dissonanti e la poliedricità letteraria era un universo in espansione come quello scrutato da Hubble. Gli scrittori avevano scelto strade originali, esprimendo se stessi nella con assoluta unicità e cercando una musicalità che spaziava dalla sinfonia alla canzonetta di strada, dalla ballata all’opera. Perché? Cos’era questa immensa voglia di spiegarsi? E quale parte potevo avere in un mondo tanto perfetto e inarrivabile? Sono domande che tutti i veri lettori si sono fatti e che gli scrittori hanno assaporato con maggiore insistenza. Il fedele si interroga su dio, lo scrittore sulla scrittura. Mentre mi risulta faticoso comprendere il primo, posso ipotizzare, con ragionevole certezza, che le risposte del secondo siano di carta. Sta tutta lì la differenza tra intrattenimento e letteratura, la stessa differenza rimarcata da chi “scrive veramente” con insistenza e, forse, eccessivo orgoglio. In celebrazioni solitarie, consumate al chiuso delle pareti domestiche come in un parco pubblico o sui vagoni di una metro, i protagonisti del gioco chiamato romanzo incrociano le spade tessendo la più incredibile forma di dialogo possibile tra due esseri viventi. Un dialogo che supera il tempo, lo spazio e le differenze come nessun altro. Lo scrittore, non potendo rispondere a tono alle battute del lettore, dissemina le proprie parole di immagini che il secondo coglie in ordine imprecisato e finiscono, egualmente, per fornire l’impressione di una presenza viva. Ho parlato di “impressione” ma il termine è riduttivo. Non credo sia azzardato chiamare il legame autore-lettore amicizia. Personalmente, interiorizzo i libri ponendoli sullo stesso piano delle esperienze e questo livellamento verso l’alto mi pare del tutto naturale. Si tratta di acquisire il racconto di un amico, così come avviene con uno in carne e ossa.
Ho già osservato che il rito si consuma in solitudine. Roth sostiene che un leggere libro richiede concentrazione, “devozione alla lettura” e che farlo in più di due settimane vuol dire non leggerlo veramente. Spiegare il senso di questa affermazione a chi “non legge veramente” è un esercizio complicato almeno quando far comprendere il velo di tristezza che proviamo scorrendo la classifica delle vendite. Sempre Roth dichiara che il libro morirà tra venticinque anni, non potendo “competere con lo schermo, di qualsiasi tipo sia: televisivo, cinematografico, di un computer” e che, al più, rimarrà un oggetto “settario”, culto di un’elite ristretta. La mia opinione è che lo sia sempre stato. Franzen va anche oltre, astraendo dal “moderno” concetto di lettura le ragioni di una profonda depressione e asserendo come “sia diventata una tortura” vedere un amico smettere di leggere e “un altro allegro, giovane scrittore fare TV in forma di libro”. Riassumerei così: meno libri (le alternative sono molte, migliori, seducenti) e, se proprio libro deve essere, che sia “da classifica”, pescato dove riposano quelle storie “mozzafiato” che “tengono incollati alla pagina” dall’inizio alla fine. Prodotti. La “moda editoriale del momento”, il libro di Natale o delle vacanze estive. Senza imbrattare il foglio con nomi che potrebbero offendere i gusti di tanti, potrei azzardare una ricostruzione della recente mediocrità “letteraria” ripensando alla statistica della mia vita di pendolare. Non lo farò. Vorrei solo osservare come la metropolitana suffraghi il marketing in modo impressionante, riproponendo, quotidianamente, i “top” del momento. La stragrande maggioranza di individui impegnati sui best-sellers sono tutto tranne che lettori. Si tratta, semplicemente, di persone intente a colmare il tempo tra due attività: lo stare in casa e l’essere in ufficio. Lo dico senza alcuna forma di snobismo. Ho conosciuto tanta gente da “classifica”. Di solito, dopo i primi quattro o cinque titoli cambio argomento. Lo faccio per la semplice ragione che le osservazioni sul tema non sono pertinenti alle mie domande, come se chiedessi: “ti piace il vino?” per sentirmi rispondere: “adoro la coca-cola”. Il vino è una bevanda difficile, la coca-cola no. Il primo si serve in calici e dà un piacere che richiede educazione, la seconda va benissimo con l’hamburger del Mc Donald. Ora, non credo ci sia nulla di male nell’accontentarsi delle cose facili, nel magiare un po’ di junk food ogni tanto. Mi sconcerta, invece, e non poco, la superficialità della gente nell’avvicinarsi a qualcosa di più impegnativo. Per farlo veramente, è necessario lo spirito giusto, un gesto che va al di là del puro intrattenimento. Serve pazienza, concentrazione, sforzo. Si deve essere disposti a “pagare” per goderne: un “compromesso” lontano anni luce dalla mentalità consumistica, legata, come sostiene Bauman, alla formula “soddisfatti o rimborsati”. In un mondo che ama le cose facili, i libri sono di troppo. Il pensiero è di troppo e la riflessione spaventa.

Tra i due opposti, romanzi veri o romanzi fast-food, lo scrittore è chiamato a scegliere una via in accordo con l’artista che sente di essere. Incantare, allettare, sedurre o scoraggiare, infastidire, ignorare? Il libro “deve fare cassa” e la questione si riduce alla forma: riuscire ad avere un pubblico o morire nell’anonimanto? Si scrive per se stessi, obietteranno i puristi (ne esistono ancora?), ma non solo. Il testo è un seme che sboccia nella mente del lettore. L’insufficienza delle parole stimola il cervello, induce una naturale opera di compensazione. Così, il libro si propaga nello spazio tempo rinnovandosi continuamente, evolvendosi e adattandosi. Ma il suo incantesimo necessita un presupposto: che venga letto. Gli scrittori lo sanno e inseguono scelte stilistiche precise, anche a rischio di perdere seguaci. E’ vero, leggere è un piacere, ma come il masochismo della carne, ne esiste uno letterario. A chi il profitterol, a chi la torta margherita. Faulkner ed Hemingway. Su tutto, un unico denominatore comune: fare arte. Come ho detto, spiegare la lettura a un “non lettore” è cosa ardua. Aiuta l’educazione: superare un certo numero di pagine. Per me, un buon romanzo è “anche” una bella storia. Ma adoro l’ansia dello scoprire il “finale” allo stesso modo delle riletture necessarie a comprendere un messaggio parecchio articolato. Proust mi fa volare…
Un vecchio adagio suggerisce che la letteratura sia un mezzo per sfuggire alla solitudine attraverso la solitudine. Leggere significa “imparare come stare soli” suggerisce Franzen. Quando la superficialità del quotidiano sfinisce, il lettore ricerca l’antitodo alla banalità attraverso i libri. Leggendo, dialoga con persone di cui si fidia, che ama per la loro umanità e che, incredibilemente, riescono a condividere le sue paure meglio di esseri reali, crocefissi o divinità celesti. Il mistero di tale umanità “fissata sulla carta” è il segreto del loro genio e per gustarne l’ostia occorre solo buona volontà e passione.
Proust analizza queste dinamiche nel breve saggio “sulla lettura”. Lo fa con la maniacalità e lo stile eccelso che lo rende una specie di divinità tra i letterati, descrivendo il piacere dei pomeriggi passati tra le pagine con un livello di dettaglio da capogiro. Nell’ingrandire le sensazioni allo stadio dei quark, scarnifica l’atto del leggere allo stesso modo della vita. Decostruire istiga la solitudine e indirizza il singolo verso una dimensione interiore. Nel silenzio, le parole degli “altri” suonano di esempio, aprendo le porte a quella ricerca che costituisce il centro del discorso letterario.

Inquadrando la vita su queste coordinate non rimangono molti temi da trattare. Nel mio caso arte e fede hanno sempre costituito un binomio piuttosto tirannico. L’amore amplia il duopolio con una certa diffidenza che lo smussa lievemente, incrinandolo verso uno studio comportamentale e quindi psicologico.
Proclamarmi ateo richiese una notevole dose di coraggio. Risolsi i dubbi scoprendo Laborit e guardando con orrore e ammirazione il film di Resnais tratto dalla sua opera: “Mio zio d’america”. Sconfitta la religione rimase la scrittura oltre ad una sparuta pattuglia di valori morali, disorganizzati dalla perdita del proprio condottiero ma eroici nella nuova solitaria condizione, che il mondo si divertiva a screditare con efficienza sorprendente.
Perché scrivere, dunque? Roth lo fa raccontare ad un giovane Zuckerman da un bizzarro professore del colledge: “scrivere per scrivere”, afferma l’uomo e Nathan capisce. Nell’universo desolante del terzo millennio, quell’universo in cui persino l’estetica appare un fine discutibile e il piacere, lo stesso sotteso da Proust, rimane beneficio esclusivo di chi sa apprezzarlo, alla scrittura non resta che una dimensione godereccia al pari di altre “droghe”. Così, lo scrittore scrive, il lettore legge e questi due amanti virtuali flirtano in modo assolutamente perfetto ed egoista. Il primo assapora il piacere della creazione, il secondo il genio del primo, in un circolo virtuoso o vizioso (fate voi) che si ripete con insistenza ad ogni parola, pagina, romanzo. Ed è qui che la scrittura parla una lingua universale: intrattiene, commuove, rilassa, stimola, seduce, ferisce. In poche parole: dà da pensare, sentire, ricordare. Pasce un cibo perfetto e lo fa in modo instancabile e maniacale, solleticando il genere di “rinforzo” che è possibile definire dipendenza.

Il più grande difetto dei veri scrittori potrebbe essere, dunque, la loro religiosità: non la religiosità “reale” (più o meno sincera che sia), ma quella manifestata “sacrificandosi” alla propria opera. L’atto sostituivo di forgiare un idolo di carta e adorarlo come fecero gli ebrei mentre il buon Mosè riceveva le tavole della legge, pare un stramberia da massoni, il risultato distorto dell’alienazione mentale umana o la fuga disperata di un’elite aristocratica e idealista. Ma se dovessi spiegare ad un lettore di “best sellers” cos’è la letteratura, non troverei nulla di più immediato e convincente. Le prove a carico di questa tesi sono tante e incontrovertibili. Su tutte, il tempo dedicato a leggere e scrivere, cioè alla meditazione o alla “preghiera” attiva. Se si obbiettasse, ricordando Pascal, che il credente venera qualcosa o qualcuno in nome dell’eternità, mentre lo scrittore produce un “oggetto” (cioè il libro) che allunga la propria vita “solo” di qualche scintilla, verrebbe spontaneo argomentare, con cinismo, partendo dai “premi” delle religioni: cessazione del dolore, contemplazione perpetua di “una luce buona” al di là dello spazio-tempo, beatitudine eterna. Concetti umani, minuscoli come formiche ai piedi di giganti, appiattiti da una distanza infinita. Dovrebbero essere queste le promesse con cui sedurre il nostro bisogno di continuare ad esistere, di non sparire polverizzati nel nulla? Perdonateci se non ci convincono troppo. Perdonateci se ci scappa un sorriso e preferiamo cambiare discorso. Perdonateci, ancora, se la nostra attenzione verrà catturata da oggetti più futili. Forse, scegliere la letteratura non è poi così male. Ma, anche escludendo dio, scrivere ci pare un’opzione migliore dello shopping, del successo, della carriera… o di qualsiasi altro idolo consumistico che l’occidente “religioso” adora, di fatto, più del creatore in cui afferma di credere. E qui, torniamo a Tolstoj, sdegnato dalle riunioni in cui i nobili russi venivano arringati e commossi da falsi predicatori col fine di sollecitare una fede incapace di andare oltre qualche lacrima.
Quanto tempo dedica la media dei cristiani all’adorazione del proprio dio? E quanto a tutto il resto? Per evitare confronti imbarazzanti è preferibile parlare di altro, perchè, a giudicare dalla società, il cristianesimo è stato “il più grosso fallimento della storia”. E mentre persino un ex “possibilista” come Hawking dichiara candidamente che “la scienza può spiegare l’universo senza il bisogno di un creatore” e Roth ci sconcerta con il suo cinismo affermando che “quando il mondo intero non crederà più in dio, sarà un posto migliore”, preferiamo rifuggiarci nell’ironia di Woody Allen augurando a questo stesso dio di avere “una buona scusa” e continuare a scrivere.

Facciamo ciò che amiamo e ci da piacere, facciamolo perché siamo convinti sia bello e godiamone con tutta la spregiudicatezza di cui siamo capaci. Ma, qualsiasi sia la nostra scelta, teniamo presente una cosa. Per quanto possa sembrare bizzarro, nella comunità umana, alcune persone, chiamate scrittori, hanno creato un religione o se preferite un club in cui si dialoga dell’uomo con la bellezza dell’arte e altre persone, detti lettori, hanno passato la propria vita a gustare il messaggio dei primi in tutta la sua incredibile varietà: gioiendo, soffrendo, commuovendosi per quei racconti in cui rivedevano se stessi e il loro dramma, nella celebrazione continua di ciò che siamo e saremo per sempre. Il segreto è tutto lì: non facciamo letteratura perché ci piacciono gli applausi, perchè “leggere un libro è importante” (detesto tale genere di comandamenti) o perché riteniamo l’abitudine di trascorrere l’esistenza tra le pagine una pratica particolarmente meritoria o degna di nota. Lo facciamo perché amiamo questo genere di masturbazione mentale più di ogni altra cosa e il continuo confronto con noi stessi, quello specchio in cui i classici costringono a riflettersi, ci procura un tormento di cui non possiamo fare a meno. Noi che scriviamo, tale tormento lo chiamiamo vivere e ci è indispensabile quanto l’aria o il cibo. Siamo così incantati dai nostri simili, stupiti dinnanzi alle emozioni, affascinati dalle debolezze comuni e dalla musicalità della parola, da non riuscire a distogliere lo sguardo dalle righe come i cristiani da dio, gli scienziati dalle equazioni o i musicisti dalle note. Ma scriviamo, anche, come confida De Lillo a Franzen nell’intimità di una lettera personale, “per sentirci liberi”, perchè farlo ci regala l’ultima, esigua speranza di difesa “della nostra individualità” compressa da un mondo pensato per appiattirci. Leggiamo e nulla ci pare “più sexy di un lettore”. Leggiamo e parliamo di libri con un feticismo assoluto, cercando i nostri simili come rabdomanti nel deserto. Leggiamo, e gonfiamo le palpebre di speranza, sognando un paradiso in cui comporre pensieri per iscritto. Leggiamo e siamo orgogliosi della nostra miseria perché questo orgoglio è l’unica soddisfazione concessa in un universo in cui la parola “significato” continua a restare un concetto miseramente “umano, troppo umano”.

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6 thoughts on “

  1. Nicola Losito aprile 4, 2013 alle 10:51 am Reply

    Articolo molto interessante. Lo consiglierò ad amici che, come me, amano la lettura e la scrittura.
    Nicola

  2. poetella aprile 5, 2013 alle 4:39 pm Reply

    ma…hai letto mai niente di Antonio Lobo Antunes?

    • tolstoj76 aprile 6, 2013 alle 10:00 am Reply

      No, dovrei?

      p.s. grazie della visita… 🙂

      • poetella aprile 6, 2013 alle 12:17 pm

        secondo me…merita!
        iniziando a leggerlo dai suoi primi…
        per esempio “In culo al mondo”…struggente dialogo con un’interlocutrice che non risponde mai…
        Una descrizione cruda e a vlte meravigliosamente lirica della guerra in Angola vissuta dal protagonista…Esperienza autobiografica dell’autore, uno psichoatra portoghese. Lo adoro!)

      • tolstoj76 aprile 6, 2013 alle 2:34 pm

        lo leggerò 🙂

      • poetella aprile 6, 2013 alle 7:51 pm

        mi dirai, poi, spero….

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