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“Il mio lavoro è un gioco, un gioco molto serio.”

(Maurits Cornelis Escher)

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(Escher, Milano: 24 giugno 2016 – 22 gennaio 2017)

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(Alfons Mucha e le atmosfere Art Nouveau, Milano: 10 dicembre 2015 – 20 marzo 2016)

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“Dove esisteva una concreta e significativa lotta di classe, il comunismo poteva avere il sopravvento. Tuttavia, la guerra fredda risultò dipendere più dal burro che dalle armi, più dagli sport con la palla che dalle bombe.
(…)
Per l’Unione Sovietica il problema era semplice: gli Stati Uniti offrivano una versione di vita civile ben più attraente di quella che potevano proporre i sovietici. E questo non si doveva soltanto a un intrinseco vantaggio in termini di risorse. Il vero motivo stava nel fatto che la pianificazione economica centralizzata, sebbene indispensabile per avere successo nella corsa agli armamenti nucleari, era completamente inadeguata per soddisfare i desideri dei consumatori. I pianificatori sono bravissimi a progettare e fornire l’arma suprema a un singolo cliente, vale a dire lo Stato. Ma non hanno la minima speranza di riuscire a soddisfare i desideri di milioni di singoli consumatori, i cui gusti, per di più, cambiano di continuo.
Questa era una delle numerose intuizioni del grande rivale di Keynes, l’economista austriaco Friedrich von Hayek, che, nel saggio La via della schiavitù (1944), aveva esortato l’Europa occidentale a resistere alla chimera di una pianificazione da tempo di pace. Era proprio nella sua capacità di soddisfare (e creare) le richieste dei consumatori che il modello americano di mercato, rivitalizzato durante la guerra dal più grandioso stimolo fiscale e monetario di tutti i tempi, e protetto, grazie alla sua collocazione geografica, dalle devastazioni della guerra totale, si era dimostrato imbattibile.”

(Niall Ferguson – Occidente: Ascesa e crisi di una civiltà)

In altri termini, in una società liberista, la produzione viene regolata della legge della domanda e dell’offerta e le soluzioni vincenti sono selezionate sulla base delle esigenze dei consumatori. Il mercato è quindi il meccanismo migliore per regolare la produzione.
Secondo Ferguson, inoltre, i capitalisti hanno vinto la battaglia ideologica che li vedeva opporsi ai loro rivali dell’est constatando semplicemente:

“ …ciò che era sfuggito a Marx, ossia che i lavoratori erano anche consumatori. Non aveva perciò alcun senso tenere i loro salari al semplice livello di sussistenza. Al contrario, come l’esempio degli Stati Uniti mostrava sempre più chiaramente, non esisteva per le imprese capitaliste mercato potenzialmente più grande di quello rappresentato dai propri stessi dipendenti.”

(Niall Ferguson – Occidente: Ascesa e crisi di una civiltà)

Un concetto dato troppo spesso per scontato e sul quale sarebbe bene tornare a riflettere, specie dinnanzi ai dati sconfortanti che vedono la ricchezza polarizzarsi nelle mani di pochi.

“Nel 1960, la retribuzione netta media dei direttori generali delle più grandi aziende degli Stati Uniti era pari a 12 volte lo stipendio medio dei lavoratori della fabbrica. (…) alla metà degli anni Novanta, secondo «Business Week», lo scarto era arrivato a 135 volte; nel 1999 era di 400 volte e nel 2000 fece un altro balzo fino a 531 volte.”

(Zygmunt Bauman – “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti” Falso!)

Il comunismo ha perso. A parte un pugno di nostalgici, tutti sembrano essere d’accordo. Ha perso per aver creduto di poter realizzare l’utopia di cui non eravamo (e forse non saremo mai) all’altezza. Ha perso, non soltanto per essere stato trasformato in una dittatura, ma in ragione della sconfitta subita da parte di un sistema economico più efficiente.
Gli assunti comunemente accettati come ovvi di un capitalismo incontrastato, sono riassunti con la solita lucidità da Zygmunt Bauman:

“1. La crescita economica è il solo modo di affrontare le sfide e possibilmente risolvere tutti i singoli problemi che la coabitazione umana inevitabilmente crea.
2. Il consumo in perpetuo aumento, o più precisamente la rotazione sempre più veloce di nuovi oggetti di consumo, è forse il solo, o comunque il principale modo di soddisfare la ricerca umana della felicità.
3. La disuguaglianza fra gli uomini è naturale, e acconciare le possibilità della vita umana alla sua inevitabilità ci avvantaggia tutti, mentre la manomissione dei suoi precetti non può che portare danno a tutti.
4. La rivalità (con i suoi due versanti: l’elevazione delle persone degne e l’esclusione/degradazione di quelle indegne) è insieme una condizione necessaria e la condizione sufficiente della giustizia sociale nonché della riproduzione dell’ordine sociale.”

(Zygmunt Bauman – “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti” Falso!)

Dimostrare che una società diversa da quella dei consumi non solo è praticabile e auspicabile, ma anche più giusta e vivibile rappresenta, assieme al problema del terrorismo religioso, la vera sfida dei nostri giorni.
Nell’analisi del professor Ferguson, l’arma più efficace usata dall’occidente per sconfiggere il grande avversario rosso (ateo e insopportabilmente egualitatrio), si è rivelata essere il consumismo. Sono stati i blu jeans e la musica rock a vincere la guerra fredda, non (per fortuna) i sottomarini o i missili nucleari. Così l’homo sapiens ha ceduto il passo all’homo consumens (coniato da un profetico Erich Fromm), un individuo instigato all’appagamento incontrastato di nuovi bisogni. In questo universo privo di sovrani, papi, idee, in cui le cifre della produzione devono volare alte e l’accumulo di capitale sostituisce la ricerca della felicità sancita dalle costituzioni, l’unica scelta possibile pare essere il grado di dipendenza dalla droga dello shopping che ci è stata inoculata sin dalla più tenera età. Secondo J. Franzen:

“ (…) la tecnologia è diventata estremamente esperta nel creare prodotti che corrispondono al nostro ideale fantastico di una relazione erotica, in cui l’oggetto amato non chiede niente e dà tutto, all’istante, e ci fa sentire tutti potenti, e non fa scene terribili quando è sostituito da un oggetto ancora più sexy e viene abbandonato in un cassetto.”

Il contrappeso naturale di un sistema votato all’accumulo di ricchezza, basato sull’egoismo e che trae la propria forza dal diritto dei migliori di permettersi più beni materiali (o accedere a servizi riservati a pochi), sembrerebbe essere la politica e l’istituzione di quello stato sociale (il welfare) messo così tanto in discussione negli anni ottanta.
Sarebbe interessante conoscere l’opinione di Ronald Reagan e Margaret Thatcher sugli effetti devastanti del loro liberismo sfrenato alla luce della crisi avvenuta nel 2008. Trenta anni prima, quest’ultima, dichiarava:

“We want a society where people are free to make choices, to make mistakes, to be generous and compassionate. This is what we mean by a moral society; not a society where the State is responsible for everything, and no one is responsible for the State.”

(M. Thatcher – dal discorso alla Zurich Economic Society “The New Renaissance”, 14 March 1977)

Si trattava della premessa necessaria a giustificare un illimitato edonismo. Chissà se la libertà di fare errori includeva il diritto delle banche di frodare i propri clienti rifilandogli titoli ad alto rischio per spartirsi la torta dei guadagni in bonus milionari. Il seguito della storia, infatti, è piuttosto triste e viene riassunto con molta efficacia dal premio nobel per l’economia Joseph Stiglitz:

“What the banks did was reprehensible. That was why there was the outrage at the greed of the bankers when we gave them money that was supposed to help them lend to others but they decided to use that money to pay themselves bonuses. For what? For record losses?”

(Joseph Stiglitz intervistato nel documentario The four Horseman)

In un contesto sociale in cui la politica ha dimostrato la propria inadeguatezza, divenendo lo scrivano delle regole dettate dalle lobby, le coscienze degli uomini sono sottoposte ad un impoverimento culturale senza precedenti. Un impoverimento che le ha rese assolutamente inadeguate alle sfide del futuro.
Lo stato democratico è basato su poteri indipendenti che si controllano a vicenda perchè l’esperienza ha insegnato a diffidare dei buoni propositi. La presenza di soggetti antagonisti ha un’incontestabile utilità. I nemici sono lo stimolo più efficace per migliorarsi. Ce lo ha spiegato proprio il capitalismo investendo l’impenditore di quell’aura romantica che lo proietta al centro dei dibattiti televisivi come un eroe, colui che combatte e trionfa in un contesto altamente competitivo; colui che ha il diritto di permettersi ogni lusso perchè lo ha meritato sul campo in ragione del suo essere “creatore della ricchezza di tutti”. Posto che i miti servono a poco, la realtà ideologica nella quale vive la nostra generazione (non solo economica ma anche e soprattutto sociale) ha finito per essere una dittatura. La dittatura dell’unica idea vincente, dell’unica soluzione possibile, dell’unico modello attuabile. Quello dell’egoismo che fa star bene tutti (di cui l’imprenditore è il campione) contro l’altruismo in cui la gente moriva (e morirebbe) di fame.
Anche volendo trascurare il discorso puramente etico di un’umanità schiava della propria avidità, viene spontaneo chiedersi come e se riusciremo a risolvere i problemi di un pianeta sovrappopolato e inquinato. Questa sfida richiede infatti qualcosa in più dell’impegno di un pugno di scienziati particolarmente pessimisti ma una presa di coscienza da parte delle masse che rilanci la battaglia educativa nella quale tutti dovremmo sentirci chiamati in causa.
Credo sia lecita la domanda di Serge Latouche, uno dei pochi economisti “non ortodossi” incredibilmente bandito dai dibattiti televisivi in quanto portavoce di una storia spiacevole:

“Crediamo veramente che sia possibile una crescita infinita su un pianeta finito?
(…)
[la] situazione è nota, almeno al mondo economico e politico, eppure si continua a non fare nulla. Al fine di conciliare i due imperativi contraddittori della crescita e del rispetto dell’ambiente, e di confutare la necessità di una decrescita, gli esperti e gli industriali hanno elaborato argomentazioni basate su tre punti: la sostituibilità dei fattori [un aumento di strutture, conoscenze e competenze deve poter sopperire alla diminuzione del capitale naturale], l’economia immateriale [la nuova economia fondata sui servizi e la realtà virtuale], l’ecoefficienza [ridurre progressivamente l’impatto ecologico e abbassare lo sfruttamento delle risorse per raggiungere livelli compatibili con i limiti accertati del pianeta].
(…)
Questa concezione si fonda sulla certezza che il progresso futuro della scienza risolverà tutti i problemi.”

(Serge Latouche – La scommessa della decrescita)

Un certezza assolutamente arbitraria, sconfessata dai dati mondiali. Per i fautori della decrescita l’unica soluzione possibile all’impoverimento delle risorse sarebbe la riscoperta di uno stile di vita più sobrio, basato sul risparmio energetico, prima di compromettere irrimediabilmente la capacità di rigenerazione del pianeta. Questo implicherebbe un ritorno alla localizzazione della produzione contro l’imperante globalizzazione. Quindi un modello sociale radicalmente diverso, con implicazioni non soltanto economiche ma anche filosofiche e morali. L’ennesima utopia? Sicuramente. Ma guidata da una ragione ben più pressante dell’egualitarismo comunista, una ragione irrefutabile: la distruzione della biosfera nella quale è nata la vita.
Del resto il tema della sostenibilità (che per Latouche rappresenta una soluzione assolutamente insufficiente) risulta centrale anche nel lavoro di economisti come il premio nobel Jeffrey Sachs:

“La sfida che definisce il XXI secolo sarà affrontare la realtà che l’umanità condivide un destino comune su un pianeta affollato.”

(Jeffrey Sachs – Il bene comune)

Di fondamentale importanza è la questione dell’utilizzo del PIL come strumento per valutare il benessere della società:

“ … l’ossessione del Pil porta a considerare positiva ogni produzione e ogni spesa, incluse le produzioni nocive e le spese necessarie a neutralizzare gli effetti negativi delle prime. “Si considera ogni attività remunerata,” osserva Jacques Ellul, “come un valore aggiunto, generatrice di benessere, mentre in realtà l’investimento in attività per eliminare l’inquinamento non aumenta affatto il benessere, tutt’al più permette di mantenerlo. Di certo, in qualche occasione, l’aumento del valore da dedurre è superiore all’aumento del valore aggiunto.””

(Serge Latouche – La scommessa della decrescita)

Che riprende uno dei discorsi più profetici di Robert F. Kennedy ( https://www.youtube.com/watch?v=77IdKFqXbUY ).
Si dovrebbe, in sostanza, ragionare in termini energetici anzichè di profitto.
Il ruolo giocato dagli scrittori in questa partita sembra irrilevante. Eppure le sue conseguenze sul piano educativo sono sconvolgenti. L’italia non ha mai avuto alcun Tolstoj purtroppo, né sembra destinata ad averlo per i prossimi anni. O forse lo ha avuto e la sua opera è finita tra le migliaia di manoscritti giudicati invendibili da altrettanti editori (anche loro “soggetti a scopo di lucro”) che continuano a preferire storielle in pennivendolese a genuine opere di pensiero. Eppure c’è stato un tempo in cui la letteratura ha rappresentato uno strumento divulgativo eccezionale. Più tempo passa, più la questione ecologica diventa morale. Il diritto dei posteri ad ereditare un pianeta vivibile è qualcosa che ogni genitore capisce fin troppo bene sulla pelle dei propri figli ma finisce per ignorare riferendolo al fumoso concetto di umanità.
Se le grandi ideologie sono morte è giunto il momento di resuscitarle o di crearne di nuove. Perchè su questo terreno si gioca la battaglia più difficile che il genere umano abbia mai affrontato: quella della sopravvivenza a se stesso. Per citare ancora Bauman:

“Il perseguimento della felicità dovrebbe incentrarsi sulla promozione di esperienze, istituzioni e altre realtà culturali e naturali di vita in comune, anziché concentrarsi sugli indici di ricchezza, tendendo così a ricollocare la comunità umana come un sito di competitività e rivalità individuale.
(…)
Ciò che serve è niente di meno che un radicale ripensamento e una revisione del modo in cui viviamo e dei valori che lo guidano.
(…)
Quello che si richiede, proprio in tempi di crisi, è che si sviluppino visioni o almeno idee mai pensate prima.”

(Zygmunt Bauman – “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti” Falso!)

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P.S. Chi fosse interessato ad approfondire la storia del secondo quadro che ho scelto per il post (“Trasportatori di chiatte del volga”, di Ilya Repin) può farlo a questo indirizzo: http://en.wikipedia.org/wiki/Barge_Haulers_on_the_Volga

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(Marc Chagall, Milano: 17 settembre 2014 – 1 febbraio 2015)

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(Napoli: cappella Sansevero)

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“Poi, una sera di molta luna, trovandosi in un boschetto ad andare, trasognata secondo il suo costume, coi piedi che le passeggiavano qua e là, temerari con tante angui latenti nell’erba, a un certo punto, dentro il fitto d’alberi dove s’era cercata una cuccia di buio, un filo di musica s’era infilato, via via sempre più teso e robusto, fino a diventare uno spago invisibile che la tirava, le circondava le membra, gliele liquefaceva in un miele umido e tiepido, in un rapimento e mancamento assai simile al morire.
(…)
Lui sapeva parole che nessun altro sapeva e gliele soffiava fra i capelli, nei due padiglioni di carne rosea, come un respiro recondito, quasi inudibile, che però dentro di lei cresceva subito in tuono e rombo d’amore. Era un paese di nuvole e fiori, la Tracia dove abitavano, e lei non ne ricordava nient’altro, nessuna sodaglia o radura o petraria, solo nuvole in corsa sulla sua fronte e manciate di petali, quando li strappava dal terreno coi pugni, nel momento del piacere. Giaceva con lui sotto un’ampia coppa di cielo, su un letto di foglie e di vento, mirando fra le ciglia in lacrime profili d’alberi vacillare, udendo un frangente lontano battere la scogliera, una cerva bramire nel sottobosco. Si asciugava gli occhi col dorso della mano, li riapriva. Lui glieli chiudeva con un dito e cantava. Ecco già si fa sera, ora negli orti l’oro dei vespri s’imbruna, la luna s’elargisce dai monti, palpita intirizzita fra le dita verdi dell’araucaria… Euridice, Euridice! E lei gli posava la guancia sul petto, vi origliava uno stormire di radici, e battiti, anche, battiti lunghi d’un cuore d’animale o di dio.”

(Gesualdo Bufalino – Il ritorno di Euridice)

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(Padova: cappella degli Scrovegni)